23 marzo 2009

economia drogata

... "Oggi nelle banche di tutto il mondo, anche in quelle italiane entrano in maniera preponderante capitali di provenienza illecita, soprattutto del narcotraffico, che quando la crisi sarà finita ipotecheranno la ripresa. Perché sono loro, le mafie, che quando c'è crisi hanno il danaro e saranno loro a decidere a quali gruppi dare credito. Basta osservare un dato, per capirlo: rispetto al passato le banche hanno denunciato un numero bassissimo di movimenti sospetti. Perché se prima il danaro puzzava un po', oggi non ha odore"...
Roberto Saviano, Repubblica 22 marzo 2009 ( intervista di Dario Del Porto )

(anche su fainotizia)

21 marzo 2009

certo bisogna farne di strada . . .

Il nuovo Attorney General Eric Holder, pochi giorni dopo essersi insediato al Dipartimento di Giustizia statunitense, ha annunciato la fine della politica della tolleranza zero dell'amministrazione Bush verso l'utilizzo di sostanze stupefacenti in campo medico: non saranno piú perseguiti dalla legge i dispensari che forniranno marijuana a persone che soffrono di cancro e altri seri disturbi. La svolta è segnalata anche dalla designazione a zar federale della droga di Gil Kerlikowske, l'ex capo della polizia di Seattle, che sin dall'inizio disse chiaramente che la caccia ai consumatori di spinelli non era fra le sue priorità.

Questo cambio di rotta segue alle valutazioni sulla questione della commissione formata dagli ex presidenti di Brasile (Fernando Henrique Cardoso), Colombia (Cesar Gaviria) e Messico (Ernesto Zedillo) che lo scorso 12 febbraio hanno raccomandato anche loro al presidente americano Barack Obama di legalizzare la marijuana. Anche l’ex presidente cileno, Ricardo Lagos, è intervenuto dichiarando: “Stiamo perdendo la guerra contro la droga in America Latina ed e' arrivato il momento di 'valutare un nuovo paradigma' sulla questione, che potrebbe comprendere la legalizzazione della cannabis”.

Come radicali antiproibizionisti nonviolenti, autori di decine di disobbedienze civili sui temi della libertà di accesso ai farmaci derivati dalla cannabis e della depenalizzazione dell’uso di droghe leggere, salutiamo questo annuncio con rinnovata speranza che anche in Italia sia possibile una revisione delle politiche proibizioniste che tanti danni continuano a portare ai cittadini in violazione dei diritti di libera scelta dei comportamenti privati e dei diritti dei malati alla libertà di cura e di terapia.


Rita Bernardini, deputata radicale, & Claudia Sterzi, segretaria @.r.a.

8 marzo 2009

DA CHIANCIANO A BRUXELLES NEL RITORNO/1

A Chianciano si è discusso della attualità politica subito dopo i risultati elettorali sardi; è una gran bella espressione di democrazia riunirsi per parlare subito dopo i risultati elettorali e non prima, farlo comprendere alla somareria riunita della stampa non è semplice e le imminenti elezioni europee hanno avuto la parte del leone nelle speculazioni giornalistiche della scorsa settimana.
Il Congresso del Partito Radicale ha discusso pure l'attualità sociale subito dopo la morte di Eluana Englaro, con tutte le implicazioni politiche e legislative.
Dopo le dimissioni di Veltroni e il suo accorato discorso d'addio la politica radicale è stata pubblicamente dibattuta nei suoi livelli dal transnazionale al locale e ridefinita a tre mesi dal congresso di Radicali Italiani.
Fino dal titolo, " e ora lotta di liberazione democratica dell' Italia dall'infame regime partitocratico", è riemerso il repertorio della posizione radicale classica, nè con questa destra nè con questa sinistra, parlemitani e corleonesi e i ladri di Pisa, tutte le figure retoriche usate da Pannella per significarci pervicacemente che il regime è regime ed è pure infame, che in Italia viviamo fin dal primo dopoguerra in un regime travestito da repubblica democratica dove la costituzione è stata stracciata senza vergogna da quella che può essere chiamata casta, cupola, partitocrazia, associazione a delinquere, ed è in parole povere una classe dirigente senza ricambio da così tanti decenni che paion secoli.
Realtà condivisa sotto gli occhi di tutti gli italiani che per la maggior parte bene lo sanno e sopravvivono come si sopravvive sui fiumi, adattandosi ai coccodrilli; qui già duemila anni fa il potere esprimeva le infinite varietà della sua superbia con cavalli nominati senatori e spettacoli al Circo Massimo. Esistono regimi ben peggiori in altre parti del mondo, pure l'Italia rappresenta una eccezione in negativo nella sua categoria di nazione occidentale ed europea in troppi parametri, dalla questione Giustizia e l'informazione fino alle terapie del dolore e ai campi rom. E le battaglie per i diritti dell'uomo attuate nei nostri privilegiati paesi servono alle cause dei popoli diversamente e violentemente oppressi.
Sotto la scritta "regime infame" è sfilata una scarsa dozzina di rappresentanti del regime stesso, venuti chi a ricucirsi la fedina chi a proporre contratti; a seguire tanti compagni radicali transnazionali con un buon livello politico di interventi, ottimo se confrontato alla media di altri congressi politici che ascoltiamo.
Ben più alto, in senso accademico, il livello degli interventi di Bruxelles, al Congresso mondiale per la libertà di ricerca scientifica. Il percorso dal corpo dei malati al cuore della politica, sempre che la politica ne abbia uno, passa per una interazione fra i due linguaggi, quello cosiddetto scientifico e quello politico. Indispensabile e neanche sufficiente.
Dalla resistenza alla lotta vuol dire, come ha tuonato Marco Pannella, che ognuno si organizza comunicandolo; con l'augurio che i radicali dirigenti e militanti non la intendano, come spesso fanno, ognuno per sè e nessuno per tutti.
Per tutti i radicali che come me vivono anche per la politica ma non di politica, partecipare al Congresso di Chianciano e a quello di Bruxelles è stato impegnativo, sia per il tempo che per le spese, ma la passione è passione, e dato che siamo di passaggio in questa valle di risate e lacrime, è stata pure espressione di grande privilegio e fortuna.
Perdere le opportunità di iniziativa politica che ci sono date dall' avere eletti alle elezioni europee sarebbe una disgrazia; anche rivendersi però al regime per due lenticchie e una foglia di cicoria marcia sarebbe un diabolico perseverare.
Marco Pannella, attraverso il Partito Radicale, ha in mezzo secolo prodotto una enorme quantità di teoria politica con contorno di geniali intuizioni; purtroppo la maggior parte dei radicali aspetta la sua morte per accorgersene. Così è l'essere umano.
A Bruxelles scienziati e ministri hanno discusso la libertà di ricerca scientifica in molti dei suoi aspetti: politico, scientifico, filosofico, religioso, culturale e sociale. Un dibattito a tratti molto tecnico, riservato agli addetti, in un ambiente di assoluto regime lussuoso del tutto diverso dalla struttura che a Chianciano ci ha accolto con il suo bar da campeggio.
Ancora il filo che lega il corpo dei malati al cuore della politica mostra dei punti deboli. Intanto la politica non ha un cuore, se non nei radicali transnazionali, che per timore di retorica e inutile vergogna, nel migliore dei casi, o per bieco opportunismo, nel peggiore, a volte dimenticano di ricoprire questo ruolo. Il corpo dei malati è un concetto troppo limitato per sfondare i muri che ci circondano e potrebbe integrarsi con quello di corpo sociale malato e con tutto il discorso sul diritto ad una vita senza dolore in uscita dall'etica del sacrificio e della colpa. C'è infine il luogo, la situazione dove dal corpo dei malati si può arrivare al cuore della politica; attraverso anche l'analisi dell'ambiente e del territorio dove questa strada deve essere percorsa.


Segue.

28 febbraio 2009

Intervento al Congresso del Partito Radicale, Chianciano 28 febbraio 2009

Il congresso italiano del Partito Radicale è l’occasione ideale per riprendere il discorso sull’antiproibizionismo e sulle interconnessioni fra antiproibizionismo, nonviolenza, democrazia, e suscitare qualche riflessione sul tema delle azioni nonviolente come strumenti di partecipazione democratica diretta ed attiva.
Discorso vecchio, stancante, che viene ripetuto da generazioni di radicali fino dai tempi delle disobbedienze civili in tema di aborto. Il nodo centrale dell’iniziativa radicale era non certo quello di incentivare le donne ad abortire, bensì la riduzione di quella che era una piaga sociale, l’aborto clandestino, attraverso la legalizzazione, l’informazione, la comunicazione. Il tempo ha dimostrato le nostre ragioni. Le conseguenze peggiori della legge proibizionista che allora vigeva, e vorrei ricordare, perché non è passato un secolo, ma soli 35 anni, che le donne ricoverate in ospedale per le complicazioni degli aborti clandestini venivano piantonate dai carabinieri che ne attendevano la dimissione per portarle in galera fra gli insulti di tutti, le conseguenze peggiori le subiva chi non aveva i soldi per andare a interrompere la gravidanza a Londra, o in una delle numerose cliniche italiane compiacenti. Il proibizionismo, quindi, come strategia classista produttrice di diseguaglianza, privilegi ed eccezioni, anche in questo senso antidemocratico. L’antiproibizionismo come strategia di governo dei fenomeni sociali attraverso le armi nonviolente della comunicazione e dell’informazione, contrapposto ai metodi di regime, contrapposto a un potere autoritario e violento che non sa esprimersi se non attraverso la repressione.
Lo stesso potere che preferisce il persistere dell’ eutanasia clandestina e non regolamentata, affidata all’ arbitrio del giudice di competenza o dell’ azienda sanitaria di zona, o della parrocchia o dei parenti. I regimi autoritari hanno bisogno di conservare il potere con la paura e con le punizioni, con la repressione anche economica, con la limitazione dei diritti civili, con i privilegi e con le dinamiche di casta; una democrazia compiuta trova nel dibattito pubblico e nella libera informazione l’antidoto alla degenerazioni violente e alle crisi di sistema.
L’ involuzione partitocratica della democrazia italiana non garantisce una libera circolazione delle classi dirigenti, perché ne limita l’accesso ed è viziata da nepotismo, clientelismo e familismo amorale. Lo strumento legislativo parlamentare rimane appannaggio di una maggioranza consolidata di potere, trasversale allo schieramento politico, di una classe dirigente che si autoriproduce ormai da secoli.
Le teorie elitiste già dagli inizi del ‘900 hanno individuato il suffragio universale come necessario ma non sufficiente a garantire la democrazia; la democrazia rappresentativa finisce per selezionare una élite che non rappresenta affatto tutte le componenti della società bensì quelle già dominanti. Per questa ragione fu introdotto uno strumento per la correzione e il bilanciamento in favore della democrazia diretta, la seconda scheda, quella referendaria, strumento fortemente sostenuto e incentivato dai radicali, purtroppo svuotato e annullato. Svuotato di significato dagli inviti all’astensione, reso inattuabile dalle procedure estenuanti necessarie per proporlo, avvilito dalla mancata e corretta informazione, tradito più volte nei risultati. Quindi un doppio legame: da una parte l’antiproibizionismo come strategia di governo democratico dei fenomeni sociali proposto in alternativa ai metodi proibizionistici violenti propri dei regimi autoritari, dall’altra la nonviolenza e le disobbedienze civili come forme di partecipazione diretta del cittadino al perfezionamento della democrazia.
Per questo le iniziative parlamentari radicali antiproibizioniste su aborto, droga e prostituzione, portate avanti dai radicali negli ultimi 40 anni, hanno sempre avuto bisogno del sostegno della nonviolenza nelle forme di obiezione di coscienza, disobbedienze civili, digiuni, per riuscire ad ottenere significativi ma parziali, e spesso non attuati, risultati.
L’antiproibizionismo e le armi nonviolente della informazione e della comunicazione, la libera circolazione delle idee, delle élites, delle merci e delle persone possono tracciare una via di uscita e un antidoto alla violenza e all’integralismo che ci travolge.
E’ cosa detta e ridetta, fra noi, che la strategia proibizionista e autoritaria è una strategia fallimentare e criminale, che produce enormi indotti di interessi e di denaro, gran parte “al nero”, e dirige in senso distruttivo e non democratico, ingenti risorse. Ma oggi non siamo soltanto noi a dirlo, e non è un problema solo italiano.
Una notizia di pochi giorni fa, riportata dal Pais: gli ex presidenti del Brasile, Cardoso, del Messico, Zadillo, e della Colombia, Gaviria, hanno chiesto, l'11 febbraio a Rio de Janeiro, la depenalizzazione della marijuana per uso personale, e al contempo hanno sollecitato un "cambio di strategia" nella lotta alle droghe.
L'intervento dei tre ex presidenti, ha avuto luogo durante la riunione della terza e ultima sessione della Commissione Latinoamericana su Droghe e Democrazia, dove tutti hanno insistito sulla necessita' di dare un taglio ai pregiudizi e alle paure che hanno sempre accompagnato il problema della lotta alle droghe senza mai raggiungere posizioni concrete ed efficaci.
Il documento finale, firmato da tutti i partecipanti, chiede che si rompa il silenzio sulle droghe, che si abbandoni il tabu' e che si apra il dibattito in tutto il mondo. "La violenza e il crimine organizzato legato al traffico delle droghe costituiscono uno dei problemi piu' gravi dell'America Latina", "di fronte a una situazione che si deteriora ogni giorno con altissimi costi umani e sociali, e' un imperativo rettificare le strategie della guerra alle droghe adottate nella regione negli ultimi 30 anni", sostiene il testo.
Convinti che la depenalizzazione dell'uso personale di marijuana potra' essere condotta con efficacia solo a livello mondiale, gli ex presidenti Cardoso, Gaviria e Zedillo si rivolgono non solo ai responsabili dei loro rispettivi Paesi, bensi' anche a tutti i Governi dell'America Latina e a quelli di Usa e Unione Europea.
La commissione ha lavorato per un anno intero, raccogliendo materiale sull'argomento della depenalizzazione della marijuana in tutta l'America Latina, e il risultato e' che quanto si e' fatto per combattere la droga e' stato "inefficace e negativo", con un bilancio di morti e un enorme dispendio di denaro senza che sia cambiato nulla.
In realtà il mercato delle droghe illegali è saldamente organizzato a livello mondiale e ben poco sfugge ad un ferreo controllo centralizzato.
Anche la proliferazione di sostanze di sintesi risente delle politiche proibizioniste; la ricerca è clandestina, incontrollata, tesa alla creazione di molecole più “efficaci” e meno rilevabili, senza alcuna attenzione alla qualità e agli effetti nocivi.
Per la canapa, le modifiche genetiche operate su piante di canapa allo scopo di elevarne il contenuto in thc sono avvenute fuori da ogni controllo; alla fine, nessuno sa esattamente che cosa compra.
E’ ovvio, ma non per tutti, e per questo va ripetuto, che il fenomeno da governare è l’abuso e la dipendenza, non l’uso personale di droghe leggere e pesanti; la distinzione tra uso e abuso non viene sottolineata, mentre è fondamentale; non si può parlare di tossicodipendenza in presenza di un uso saltuario di farmaci o di droghe che dir si voglia, d’ altra parte l’abuso e la dipendenza da qualsiasi sostanza, è una malattia che produce seri danni economici e sociali. Nel caso delle sostanze illegali a questi danni si aggiunge quello rappresentato dai proventi delle attività illecite, che escono dalla contabilità ufficiale e vanno ad accrescere i flussi neri di denaro che in alcuni periodi e paesi superano i flussi legali. E tutto l’indotto del proibizionismo, sotto forma di spese per la persecuzione dei reati, per le spese processuali e i costi della carcerazione e per le cosiddette comunità di recupero, mondo non privo di ombre inquietanti. Si aggiunge anche la difficoltà di monitorare sia i prodotti commerciati che la distribuzione; per esempio, non c’è controllo né sui pesticidi usati per le coltivazioni né sui tagli operati (la cocaina venduta in europa è pura in media al 45%); lo stesso discorso vale per il doping, dove laboratori semiclandestini producono barattoli di sostanze dubbie vendute poi sottobanco; nel caso della canapa, poi, per parlare solo di un particolare caso nella casistica ben più ampia delle follie proibizioniste, siamo arrivati alla aberrazione della violazione dei diritti dei malati che non hanno effettivo accesso in Italia ai farmaci derivati della canapa, alla violazione del diritto del cittadino ammalato o no alla libera determinazione dei propri comportamenti privati, nell’impedimento alla coltivazione domestica anche di una sola pianta di canapa, anche a malati con prescrizione medica.
Questo inverno, a Venezia, i Carabinieri sono entrati in casa di un professore in pensione di 66 anni e di sua moglie, 58 anni, malata di distrofia muscolare da 30 anni, invalida in seggiola a rotelle; lì i militi hanno rinvenuto, e sequestrato, 42 piante di canapa coltivate in 16 vasi. La signora ha dichiarato di usare da sei anni la canapa per i suoi effetti miorilassanti e analgesici; del fatto sono informati i medici che la seguono.La signora ha dichiarato: "O mi cercherò uno spacciatore oppure sarò costretta ad aumentare i dosaggi di farmaci, che mi danno effetti collaterali".
Nel verbale si legge che le sanzioni previste potranno essere sospese "qualora l'interessato richieda di essere avviato a un programma di recupero". "Magari ci fosse un programma di recupero per la mia malattia", ha commentato la signora.
Il risultato di tanto accanimento è che, secondo il rapporto annuale dell'Organismo internazionale di controllo degli stupefacenti delle Nazioni unite, presentato una settimana fa, l’Italia è il paese europeo in cui il consumo di cannabis è più elevato.
Dalla prima disobbedienza civile italiana in tema di droghe, nel 1975, ad opera di Marco Pannella, sono passati 34 anni, ed abbiamo visto anche la vittoria di un referendum che decretò la non punibilità dell’uso personale, referendum fra i tanti traditi.
E non è un regime questo che infrange per primo le sue stesse regole?
Un regime, come sta scritto giustamente alle mie spalle, infame.
Un regime che baratta da anni tra sé e sé la vita e la libertà dei cittadini.
Dove non siamo di scegliere né come vivere né come morire.
Un regime contro il quale noi radicali transnazionali siamo l’unica alternativa possibile. Per i diritti individuali, per la libertà di scelta, per la democrazia liberale.

Vivano gli antiproibizionisti radicali nonviolenti
viva Marco Pannella

20 febbraio 2009

VII CONGRESSO ITALIANO DEL PARTITO RADICALE NONVIOLENTO TRANSNAZIONALE

legalità, democrazia, nonviolenza, ecologia, maggioritario, riforma, concilio vaticano II, pannella, bonino, veltroni, partito radicale nonviolento, chianciano, toscana


27 28 febbraio 1 marzo 2009 Chianciano
www.radicalparty.org

3 febbraio 2009

PERCHE' DIMENTICARE?



Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato golpe (e che in realtà è una serie di golpes istituitasi a sistema di protezione del potere).
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.

Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.

Io so i nomi del "vertice" che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di golpes, sia i neofascisti autori materiali delle prime stragi, sia, infine, gli "ignoti" autori materiali delle stragi più recenti.

Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969), e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).

Io so i nomi del gruppo di potenti che, con l'aiuto della Cia (e in second'ordine dei colonnelli greci e della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il 1968, e, in seguito, sempre con l'aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del referendum.

Io so i nomi di coloro che, tra una messa e l'altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l'organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neofascisti, anzi neonazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine ai criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista).

Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi bruciavano), o a dei personaggi grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli. Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killers e sicari.

Io so tutti questi nomi e so tutti questi fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.

Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.

Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che rimette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero. Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell'istinto del mio mestiere.

Credo che sia difficile che il "progetto di romanzo" sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti. Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere. Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il 1968 non è poi così difficile...

Pier Paolo Pasolini

Dal "Corriere della sera" del 14 novembre 1974 col titolo "Che cos'è questo golpe?"


22 novembre 2008

GEMELLAGGIO

8 DICEMBRE 2008 intervento in Direzione dell' Associazione Luca Coscioni

Considerato che

L’associazione radicale antiproibizionista ha fra i suoi scopi, iscritti in mozione, la collaborazione con le altre forze antiproibizioniste, radicali in primo luogo ma anche non radicali, e che pur battendosi per la depenalizzazione delle droghe leggere e legalizzazione in generale di tutte le droghe, individua nel tema “accesso alla canapa terapeutica” una battaglia prioritaria per le ricadute delle strategie proibizioniste, ricadute, in questo specifico aspetto, palesemente illiberali e in contrasto con i diritti del cittadino e addirittura del malato;
la Associazione Luca Coscioni ha nell’antiproibizionismo in generale uno dei suoi temi fondanti, da quando Luca Coscioni iniziò il suo percorso politico radicale da eletto on line nella lista “Antiproibizionismo sulla scienza, sulla droga, su tutto” ed è in particolare interessata alle battaglie per la libertà di cura e di terapia nelle quali quella sulla canapa terapeutica è compresa a pieno titolo;
visto lo stato dell’arte riguardo a tale battaglia, che dopo l’inserimento dei derivati della canapa nel prontuario delle sostanze terapeutiche, avvenuto con i decreti di Livia Turco nel 2007, si è bloccata in uno stallo burocratico che vede da un parte, per i malati muniti di regolare ricetta medica che facciano richiesta alle farmacie, un aggravio dei costi tali da comportare una spesa di circa 400/800 euro mensili, dall’altra per i malati che accedano ai protocolli ospedalieri l’obbligo di ospedalizzazione e la disponibilità non continua dei farmaci, realizzandosi in conclusione l’impedimento ai diritti fondamentali dei malati, e quindi una necessità effettiva di moltiplicare gli sforzi per superare questi impedimenti;

si annuncia una collaborazione tra le due associazioni, A.L.C: e @.r.a., e con altre associazioni dedicate a questo tema, come Pazientimpazienti, A.C.T. e altre, con le quali siamo già in contatto per definire tempi e modi delle iniziative, su due fronti:

la collaborazione nella organizzazione della sezione del sito http://www.lucacoscioni.it/ che riguarda la mariuana terapeutica, con la messa on line di tutta la documentazione relativa;
l’ideazione e la realizzazione di una disobbedienza civile sui temi “canapa terapeutica” e “libertà di coltivazione domestica”, con la messa a fuoco comune di obiettivi, tempi e modi di realizzazione.

Grazie
Claudia Sterzi, segretaria dell’Associazione radicale antiproibizionisti
antiproibizionistiradicali@gmail.com

31 ottobre 2008

INTERVENTO IN COMMISSIONE

ANTIPROIBIZIONISMO / UNA STRATEGIA POLITICA

Il titolo della commissione sottolinea l’aspetto della scelta individuale; cioè la forzatura che il proibizionismo opera sul diritto liberale inventandosi reati in cui non solo non c’è vittima ma nemmeno una condotta che possa farne prevedere una, come accade con le ultime normative Giovanardi che impongono etilometro e test antidroga a tutti, anche a chi non guida, anche a chi guida rispettando tutte le regole del codice della strada. Questa impostazione, che si concentra sulla tutela dei diritti del cittadino, nel caso del proibizionismo su droga e prostituzione, è corretta, ma si presta a facili confusioni e confutazioni fra facoltà, diritto, diritto biologico ecc.; certo, se anche drogarsi, prostituirsi o, per fare un altro esempio, abortire, non è un diritto ma una facoltà, resta il fondamentale e inalienabile diritto a disporre del proprio corpo e della propria persona come meglio piace a ciascuno, nei limiti del rispetto dei corpi e delle persone altrui; ma un fermo richiamo all’antiproibizionismo come strategia sociale è necessario per non opporre all’integralismo della posizione espressa dal governo oggi al potere, (abbiamo sentito giovanardi affermare che il drogato è spazzatura e che la fini giovanardi va inasprita , maroni minacciare il ritiro della patente per chi ha subito condanne relative agli stupefacenti), un altrettanto integralista lassismo come quello che ha guidato i governi di centrosinistra che poco hanno fatto, lasciando che tutto restasse come prima senza cambiare quasi niente.
Lo stesso discorso si può applicare alla prostituzione, cioè al proibizionismo applicato ai diritti sessuali, ma sempre e comunque al diritto di disporre del proprio corpo e della propria persona; anche in questo caso è necessario superare le opposte esagerazioni che vedono da una parte minacciare sanzioni a chi si prostituisce, oltre che ai clienti, e voglio vedere come faranno a distinguere tra clienti e fidanzati, dall’altra il più bieco permissivismo sui fenomeni terribili di riduzione in schiavitù che abitano le nostre città.
L’ antiproibizionismo come scelta economica e politica, scelta liberale anche di mercato, che libera dalle mani di criminali incalliti risorse finanziarie immense, scelta di salute pubblica attraverso corretta informazione sugli usi e sugli abusi, che non è fare del terrorismo mediatico come fa giovanardi, ma per esempio interrogarsi sulle analogie che fenomeni sociali del tutto percepiti come diversi da loro abbiano la stessa matrice di ignoranza.
Analizziamo qualche dato, anche se molti dei dati, trattando di fenomeni illegali quindi clandestini, sono in realtà stime; una relazione del ministero degli interni, che analizza gli anni dal 1990 al 2006, ci dà il numero di 500.000 circa tossicodipendenti segnalati, preferisco dire persone segnalate come tossicodipendenti. E’ interessante questa analisi perché il 1990 è l’anno di emanazione della Iervolino Vassalli, legge proibizionista che, nel titolo dedicato alla repressione delle sostanze illecite, iniziava con le parole: “È vietato l'uso personale di sostanze stupefacenti o psicotrope” ( è il comma 1 poi abrogato per referendum radicale vinto nel 1993 ) e che segnava l’inizio di una collaborazione italiana nelle politiche proibizioniste dell’Onu. Dal 1990 al 2006, la progressione è in netta ascesa, non solo nel numero dei segnalati, ma anche delle sanzioni erogate. Dopo 15 anni di proibizionismo, il numero dei segnalati si è triplicato (12000 nel 1990 37000 nel 2006), il numero delle sanzioni è quasi decuplicato (850 nel 1990 7200 nel 2006). Riguardo alla cannabis, nel 1990 le segnalazioni che la riguardavano erano il 42%, nel 2006 sono il 74%; fra le tendenze degli ultimi anni, che sono tendenze non solo italiane ma europee e internazionali si confermano la diminuizione dell’età di approccio, l’aumento del consumo di cocaina e del consumo di droghe sintetiche.
L’Osservatorio europeo stima in 4,5 milioni il numero di adulti che, in Europa, ha consumato cocaina nell’ultimo anno; la cocaina attualmente si contende il secondo posto fra le droghe più diffuse in Europa, dopo la canapa e alla pari con le droghe sintetiche. Il meccanismo attraverso il quale l’uso di cocaina è stato incentivato da parte dei distributori è lo stesso già collaudato più volte, quello che permise una rapida ascesa del consumo di eroina negli anni ’70. D’improvviso vengono a mancare gli altri tipi di droga in commercio e viene proposto un nuovo prodotto a prezzo promozionale; in realtà il mercato delle droghe illegali è saldamente organizzato a livello mondiale e ben poco sfugge ad un ferreo controllo centralizzato.
Anche la proliferazione di sostanze di sintesi risente delle politiche proibizioniste; la ricerca è clandestina, incontrollata, tesa alla creazione di molecole più “efficaci” e meno rilevabili, senza alcuna attenzione alla qualità e agli effetti nocivi.
Per la canapa, le modifiche genetiche operate su piante di canapa allo scopo di elevarne il contenuto in thc sono avvenute fuori da ogni controllo; alla fine, nessuno sa esattamente che cosa compra.
Non stupiscono quindi i recenti sequestri di psicofarmaci contrabbandati illegalmente ed usati insieme all’alcool; infatti la differenza tra psicofarmaco e sostanza psicoattiva non c’è, psicofarmaci, droghe e doping sono sfaccettature di uno stesso mercato, quello chimico-farmaceutico; le prime droghe di sintesi furono inventate nei laboratori delle industrie farmaceutiche e sarebbe assai ingenuo non ipotizzare uno scambio di informazioni tra industria legale e industria illegale.
Le distinzioni classiche tra droghe leggere e pesanti, tra spacciatore e consumatore, tra droga doping psicofarmaci sono fuorvianti; distraggono da distinzioni più precise e rappresentative.
Il fenomeno da prendere in considerazione è l’abuso e la dipendenza, non l’uso personale di droghe leggere e pesanti, che io vorrei radicalmente tutte legalizzati; sul consumo di cannabis, poi, in nome della strategia proibizionista, siamo arrivati alla aberrazione della violazione dei diritti dei malati che non hanno effettivo accesso in Italia ai farmaci derivati della canapa, alla violazione del diritto del cittadino ammalato o no alla libera determinazione dei propri comportamenti privati, nell’impedimento alla coltivazione domestica anche di una sola pianta di canapa, anche a malati con prescrizione medica; il cosiddetto spacciatore poi è figura totalmente inventata dal proibizionismo, dove altrimenti avremo venditori e consumatori.
La distinzione tra uso e abuso non viene sottolineata, mentre è fondamentale; non si può parlare di tossicodipendenza in presenza di un uso saltuario di farmaci o di droghe che dir si voglia, ricordo infatti come sempre che secondo la definizione dell’ Organizzazione mondiale della sanità i farmaci sono droghe e le droghe sono farmaci; d’ altra parte l’abuso e la dipendenza da qualsiasi sostanza, ma anche da qualsiasi alimento o addirittura comportamento, come è per le dipendenze da videopoker e tutti i moderni comportamenti compulsivi, produce seri danni economici e sociali. Nel caso delle sostanze illegali a questi danni si aggiunge quello rappresentato dai proventi delle attività illecite, che escono dalla contabilità ufficiale e vanno ad accrescere i flussi neri di denaro che in alcuni periodi e paesi superano i flussi legali. Si aggiunge anche la difficoltà di monitorare, controllare, definire sia i prodotti commerciati che la distribuzione; per esempio, non c’è controllo né sui pesticidi usati per le coltivazioni né sui tagli operati (la cocaina venduta in europa è pura in media al 45%); lo stesso discorso vale per il doping, dove laboratori semiclandestini producono barattoli di sostanze dubbie vendute poi sottobanco, e per la prostituzione dove nella clandestinità rivivono antiche schiavitù che sul nostro territorio preferiremmo non vedere, viste le lacrime e il sangue che ci sono voluti per uscirne.
C’è poi tutto l’indotto del proibizionismo, sotto forma di spese per la persecuzione dei reati e per le cosiddette comunità di recupero, mondo non privo di ombre inquietanti, sul quale interverrò in un’altra occasione.
Vorrei invece avviarmi alla conclusione con qualche dato storico, che ci aiuti ad inquadrare un po’ più da lontano il rapporto che la società umana ha intrattenuto e intrattiene con alcune piante.
La prima notizia scritta sul papavero da oppio compare su tavole sumeriche del III° millennio a.C. A Ippocrate, medico greco del V° secolo a.C. considerato uno dei padri della medicina occidentale, si deve la parola latina “opium”, traslato dal greco οπός μεκονος, succo di papavero. L’ uso di questa pianta è apparso fin dall’inizio terapeutico, per le sue grandi proprietà analgesiche, né ci dobbiamo dimenticare che tutti i farmaci antidolorifici traggono le loro origini dallo studio di piante come il papavero, la coca, la canapa, il caffè ecc.; poter controllare il dolore è sempre apparso legittimamente agli uomini come uno scopo per il quale valeva la pena ricercare e studiare. Non possiamo neanche immaginare cosa fosse la medicina prima che le proprietà dell’oppio venissero studiate e applicate, le sofferenze, i dolori che non potevano essere leniti, le operazioni senza anestesia; prima di dire che l’uso delle droghe è devastante si deve considerare quanto giovamento queste piante hanno portato all’umanità e quanto se usate nelle maniere giuste possano non essere devastanti, ma al contrario, benefiche.
Nel corso della storia umana le droghe hanno subito alterne fortune: proibite o ammesse, esaltate o demonizzate, sfruttate e raffinate da un’industria sempre più mirata. Così nel 1640 in Cina l’ultimo imperatore della dinastia Ming decretò la pena di morte per chi trafficasse o consumasse tabacco; la proibizione fece sì che si cominciasse a fumare oppio, fino ad allora consumato prevalentemente per via orale. Mentre i successivi imperatori manciù proibivano dapprima il commercio dell’oppio con gli europei e nel 1793 anche la coltivazione, lo stesso oppio, come principale ingrediente del laudano, entrava a far parte dell’armadietto dei medicinali di famiglia in tutta Europa dove rimarrà per due secoli, senza che la disponibilità generasse legioni di tossicodipendenti. Certo anche allora c’era qualche fenomeno di abuso, la dipendenza è una tendenza umana che si può manifestare in mille modi, ma la disponibilità non genera un aumento dei fenomeni di abuso, cosa che accade invece invariabilmente quando un l’uso di una sostanza viene vietato e punito.
Ci si chiede che differenza ci sia tra assumere psicofarmaci e drogarsi, se non una teorica differenza tra legalizzata e illegale, che moltiplica i profitti, e anche con quale perverso spirito di contraddizione in una Italia inondata di test antidroga e spot terroristici, si è riaperta la strada alla somministrazione di psicofarmaci ai bambini, il tanto discusso caso del Ritalin; quale differenza passi tra il doping per migliorare le prestazioni sportive e il Viagra; come si possa trattare in modo così diverso la vendita di caffeina tabacco alcool e quella di cocaina canapa o oppio. Perché dobbiamo tollerare l’ipocrisia di un proibizionismo di classe che consente ai più ricchi la soddisfazione di ogni vizio mentre agli altri viene tutto impedito? e i cartelloni che in autostrada ci invitano, se abbiamo sonno, a prenderci un caffè?
Il concetto di antiproibizionismo si contrappone ai metodi di regime, al potere autoritario, l’antiproibizionismo nella sua valenza di strategia di governo dei fenomeni sociali attraverso le armi nonviolente della comunicazione e dell’informazione, strategia nonviolenta, democratica e liberale.
I regimi autoritari hanno bisogno di conservare il potere con la paura e con le punizioni, con la repressione economica, con la limitazione dei diritti civili, con i privilegi e con le dinamiche di casta; una democrazia compiuta trova nel dibattito pubblico e nella libera informazione l’antidoto alla degenerazioni violente e alle crisi di sistema.

Claudia Sterzi, segretaria Associazione Radicale Antiproibizionisti @.r.a.
antiproibizionistiradicali@gmail.com