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27 ottobre 2007

LETTERA ( A BOCCA ) APERTA




LETTERA
APERTA
AI
RADICALI TOSCANI
Cari amici,
cari compagni,
ieri sera c’è stata l’assemblea precongressuale toscana; la politica radicale, esterna o interna che sia, è sempre piuttosto paradossale, ma quello che è successo nella brutta e rattoppata saletta che i socialisti fiorentini ci concedono in uso ha sfiorato l’assurdo se non il demenziale.
Vi posso raccontare ciò che ho visto io, cercando di mantenere il distacco necessario all’obiettività, ma sarà dura perché dopo una notte e un giorno sono ancora coinvolta e arrabbiata e se scrivo è perché non riesco proprio a farne a meno. Mi limiterò a considerare il presente, tranne alcune obbligate premesse, perché riconsiderare anche il passato richiederebbe un intero libro.
La convocazione era eccezionalmente convocata da Roma, senza che, per la prima volta, l’Associazione per l’ iniziativa radicale Andrea Tamburi comparisse, e, seconda eccezione, senza la presenza del segretario e/o tesoriere nazionale. Come se localmente nulla esistesse, mentre dalla sua fondazione l’Andrea Tamburi si è distinta fra tutte per iscrizioni e risultati in firme, contributi, contatti, anche se forse non in consenso elettorale locale, dotandosi di una forte identità politica che la ha resa conosciuta a tutto il mondo radicale e anche un po’ oltre.
Certo, si può pensare, l’ associazione fiorentina è nata e si è formata contemporaneamente e insieme alla carriera che Daniele Capezzone ci ha fatto l’onore e l’onere di percorrere in mezzo a noi, da poliziotto in borghese a presidente di commissione parlamentare, ed è naturale che adesso sconti la caduta di credito che la fuoriuscita rapida, raggiunti gli scopi, dello stesso Capezzone dalla politica radicale ha generato.
Inoltre la lettera che questa estate trecento e passa persone, non tutte iscritte, hanno firmato; la lettera che ha accusato la dirigenza radicale di azioni vergognose e scomposte; la lettera che indicava lo scontro in corso con Capezzone come interno, invece che esterno come palesemente era, è stata scritta per un quarto a Firenze, nella persona di Antonio Bacchi, segretario dell’ Andrea Tamburi, membro della direzione nazionale, ex coordinatore regionale della Rosa Nel Pugno, per un pelo non anche onorevole.
Ora è successo che Matteo Maliardi, radicale iscritto da anni a tutti i soggetti radicali ivi compreso l’Andrea Tamburi, ha scritto a Marco Pannella, Emma Bonino, Rita Bernardini, per spezzare una lancia in favore di Antonio Bacchi e della sua lealtà.
Vi risparmio e mi risparmio la trascrizione fedele della lettera, perché è un po’ lunga; il succo è che, senza entrare in argomenti politici, e dichiarando fin dall’inizio di non voler parlare in merito a Daniele Capezzone, si loda e si decanta l’infaticabile e generosa attività del Bacchi a Firenze e in toscana, la sua dedizione alle linee politiche dettate dal partito, la sua assoluta e totale correttezza,
Ora, ne avrà ricevute Pannella di lettere dagli iscritti, su Bacchi, su Capezzone, su tutto? Migliaia e migliaia di migliaia; ha risposto in casi che diventano eccezionali rispetto alle volte che non ha risposto se non collettivamente. Marco Pannella, che anche se non è pensionato ha una certa età, ha deciso nel giorno stesso dell’ assemblea precongressuale di venire a Firenze di persona per rispondere a Matteo Maliardi e con l’ occasione anche ad Antonio Bacchi in merito alla lettera di questa estate.
Immaginiamo qualunque altro partito cosiddetto democratico; quattro esponenti e dirigenti scrivono e fanno sottoscrivere una lettera rivolta alla dirigenza dove la stessa viene accusata di scompostezza, violenza, colpi bassi; immaginate se la dirigenza risponde, pubblica, dialoga. Marco Pannella ha pubblicato, ha discusso, ha dialogato. Inoltre, è forse andato a Bologna, a Torino, a Palermo, a rispondere agli altri quattro estensori del documento? No, ha preso un treno e se ne è venuto a Firenze, a porgere quello che mi è sembrato un palese ramo di ulivo / shalom.
Arrivato a Firenze e trasportato nell’orrore della media periferia fiorentina, dove l’uomo politico più prestigioso che metta piede è Ciucchi, questo uomo che sarà nei libri di storia, se la storia continuerà ad essere scritta, si è visto risbatacchiare in viso l’ulivo e si è ritrovato a sentirsi parlare pari a pari in modo anche piuttosto maleducato da gente che ignora la differenza tra una riunione segreta e una riunione di direzione convocata e registrata e messa on line.
L’assemblea precongressuale radicale toscana era occupata letteralmente da un gruppo di persone che trattavano Pannella da pellaio, fingevano di dimenticare il nome della tesoriera per sottolinearne la presunta incapacità, lamentavano l’inadeguatezza e la mancanza di grinta della segretaria, chiamavano in causa anche la presidenta, senza considerare che quella dirigenza loro stessi, nel congresso più aperto e democratico che esista, la avevano votata un anno fa; colmo dei colmi, volendo insegnare a Marco Pannella che cosa è la storia radicale, che cosa vuol dire essere radicali.
Sembravano dei bambini dispettosi che si rivoltano a un genitore troppo permissivo, un branco di cani ( botoli n.d.t. ) ringhiosi che aggrediscono chi li ha sciolti (mordono la mano che li ha liberati n.d.t. ).
Io spero che Padova non sia così. Ci sono tante cose molto più importanti da portare avanti, tutte quelle cose delle quali non si è parlato, se non in piccola parte, ieri sera a Firenze. Per quanto mi riguarda, se lo scopo è quello di cambiare la dirigenza di Radicali Italiani e appropriarsi di un soggetto politico, non avendo la forza di formarne uno proprio, si vedrà in congresso. Ma fino da ora, vorrei dire quello che ieri sera mi è mancato di dire, non per indecisione, ma perché caratterialmente ho dei tempi di reazione lunghi, un appello o un avviso, a seconda dei casi: giù le mani da Pannella, dalla storia radicale, dai tempi e dagli spazi radicali!
Claudia Sterzi

2 ottobre 2007

DISUBBIDIENZE CIVILI /2

perchè negarsi un tuffo nel passato, nel 2002, al tempo dei fatti?
due articoli dal vecchio caro disobbedisco


EDITORIALE


La disubbidienza civile del 7.6.2002, in Piazza del Campo a Siena, è stata dedicata alla canapa terapeutica e ad Ennio Boglino; con lui a tutti i malati privati del loro diritto alla libertà di terapia.
Ennio Boglino è un esempio di come la mancanza di regole certe possa essere generata dal proibizionismo, specie se applicato pervicacemente a fenomeni sociali così estesi da essere di massa.
Il fatto che non sia regolamentata razionalmente nelle nostre "civiltà" occidentali la circolazione di erba e di fumo ( centinaia di milioni di consumatori nel mondo ) fa sì che un malato di malattia degenerativa che soffre di dolori, così forti da resistere al trattamento con morfina farmaceutica, non ha accesso nel suo paese al Marinol, farmaco contro il dolore a base di principi attivi estratti dalla canapa, venduto nelle farmacie americane, inglesi, olandesi, ma vietato in Italia; questo è il caso di Ennio Boglino, uno dei tanti radicali che ha reso politico il suo privato dando voce e corpo alla battaglie nonviolente; è il caso di milioni di malati che sono privati della libertà di accesso ad alcune terapie per motivi ideologici, clericali, o commerciali.
Il diritto alla libertà di cura e di ricerca scientifica riguarda da vicino tutti noi, così come, più in generale, il diritto ad uno stato laico che non pretenda di cercare reati là dove non ci sono vittime e di creare vittime di reati inesistenti.

Piazza del Campo, Siena, ore 16: la manifestazione con cessione gratuita di sostanza stupefacente, annunciata dai giornali cittadini anche grazie alle vibrate proteste di Lega e di A.N., inizia con un violento scroscio di pioggia breve ma intenso; a seguire una violenta contestazione di un signore, poi risultato il noto ex fantino "Spillo", che in preda ai fumi dell'alcool, droga legale, comincia ad inveire contro di noi radicali ma viene prontamente allontanato da poliziotti in borghese.
La conferenza stampa di Rita Bernardini, presidenta di radicali Italiani, e di Giulia Simi, coordinatrice radicale di Siena, è ascoltata da: qualche decina di giovani cannabinolanti, qualche tossico, 6 o 7 poliziotti della mobile e della digos in borghese, 6 o 7 giornalisti, qualche turista e passante.
Si parla di mariuana terapeutica, di antiproibizionismo, di droghe-non-droghe, di disubbidienza civile; gli ascoltatori seguono, annuiscono, chiedono il volantino, leggono i cartelli.
Poi inizia la cessione, e in Piazza del Campo si crea un piccolo tumulto; tre o quattro poliziotti si stringono in cerchio intorno a noi ( Rita Bernardini, Giulio Braccini, io che scrivo Claudia Sterzi ), che distribuiamo bustine di carta contenenti in tutto 8 grammi di erba di ottima qualità, come poi certificato dalla perizia tossicologica; gli altri si danno alla caccia dei "riceventi" ( checchè ne dicano le cronache ufficiali, abbiamo distribuito più della metà delle bustine; io, almeno, in questura non ne ho portata nemmeno una ) e, sembra, vola qualche cazzotto; ci dispiace ma noi, disubbidienti civili, non ci prendiamo alcun cazzotto e veniamo fermamente ma molto civilmente scortati in questura dove, nel termine di un'ora e mezzo, riceviamo caffè, fanta, pepsi, perquisizione, dichiarazioni di solidarietà da questore e funzionari e, per finire, regolare verbale.
I giornalisti, considerata la noia delle province, sono raggianti: finalmente a Siena è successo qualcosa! Infatti il giorno dopo il fatto è raccontato, con discreta rilevanza e chiarezza relativamente sufficiente, su Nazione, Tirreno, Giornale della toscana, Corriere di siena, Cittadino di oggi.
Saremo riusciti con ciò a dare una smossa al Consiglio regionale toscano dove la mozione sulla mariuana terapeutica ( già approvata dalle regioni lombardia e basilicata e da altri consigli provinciali e comunali ) giace da qualche settimana ?
E a fare un piccolo passo con la battaglia antiproibizionista nonviolenta? Speriamo!
Claudia Sterzisterzi@iol.it



IO FERMATO CON LA MARIJUANA TERAPEUTICA
Dal GIORNALE DELLA TOSCANA di
sabato 8 giugno 2002

Caro direttore,

ti scrivo dalla questura di Siena, dove mi trovo (sono le ore 17.00) per aver ceduto gratuitamente della marijuana a dei passanti, in piazza del Cam­po, insieme alla compagna Claudia Sterzi e alla Presidente di Radicali Italiani Rita Bernardini. Claudia e Rita mi redarguiscono sul fatto che si è trattato di una manifestazione per la «legalizzazi­one della marijuana terapeutica» (« ... e subito! »), e io concordo in pieno, per quanto non disdegni il lato ludico della faccenda. La marijuana, infatti,«migliora il tono dell'umore» (come direbbe un medico), ma soprattutto è di utilità terapeutica in casi di glaucorna, asma, anoressia psichica e tera­pie intensive, disintossicazione da droghe pesan­ti, dolori di vario genere e natura (compresi quelli terminali), sintomatologia delle malattie degene­rative del sistema nervoso, epilessia e altro ancora.
Ebbene, questa sostanza, che non sarà miraco­losa come può far presumere l'elenco di cui so­pra, ma che comunque può lenire i dolori di milio­ni di malati, in Italia è probita, sic et simpliciter, senza nemmeno il banale distinguo fra chi ne fa uso a scopo ricreativo e chi invece ne ha effettivo bisogno (fermo restando che, per un liberale, nes­suno può proibire nulla a un terzo nel suo stesso interesse). I cartelli che portavamo al collo, du­rante la disobbedienza civile, dicevano: «No al do­lore, sì alla marijuana terapeutica», e la folla che ci attorniava era ricettiva. C'era un gruppo di ragazzi (palesemente in attesa della distribuzione), che annuivano gravi ai nostri discorsi sulla legalità. C'era una quantità di persone che ci guardavano come se fossimo pazzi («questi vogliono andare in galera»), o forse, tanto per citare Pasolini, come se fossimo «pazzi di libertà». C'erano, naturalmente, dei signori molto discreti e molto attenti, che hanno aspettato che finissimo di esporre le nostre idee ai convenuti per palesarsi nel loro ruolo di poliziotti in borghese. Quando abbiamo compiuto la cessione, gli agenti ci hanno fermato e ci hanno condotto in questura. L'applauso della folla, mentre ve­nivamo civilmente tradotti verso le macchine della polizia, è stata la soddisfazione più grande.
Ma perché siamo stati così mat­ti da farci arrestare? Perché abbia­mo deciso di portare scompiglio nella sonnolente Siena in cui (ci dice un giornalista) «non succede mai nulla»? Prima di tutto bisogna ricordare che questa non è la pri­ma disobbedienza civile per la le­galizzazione delle droghe leggere organizzata dai radicali. Senza mettersi a riproporre tutta la pap­pardella sulla «continuità radicale» in questo campo (dal '76 in poi), vorrei solo ricordare che ne­gli ultimi giorni atti di questo tipo ne abbiamo compiuti a Roma e in Basilicata. A Roma siamo stati co­stretti a denunciare la questura lo­cale per omissione di atti d'ufficio: nonostante li avessimo avvertiti, nessun agente si è presentato sul luogo del delitto. Il fatto è che amiamo tanto la legalità da disob­bedirle quando è il caso, preten­dendo in ogni caso il suo rispetto da parte delle forze dell'ordine. Perché le squadre mobili di tutta Italia son costrette a perdersi die­tro a ragazzini che si fanno le can­ne (e la marijuana non ha mai, di­co mai, ucciso nessuno) piuttosto che perseguire reati più seri. Per­ché vogliamo discutere nella sede competente, l'aula di un tribunale, della costituzionalità (o meno) di una legge proibizionista peral­tro impossibile da far rispettare. Una cosa a cui tengo moltissimo: noi non agiamo come certi sedi­centi «disobbedienti», quale il famìgerato Casarini, che prima in­frangono la legge e poi piagnucola­no di essere stati inquisiti. Noi pre­tendiamo che la legalità segua il suo corso, vogliamo cambiarla dal­l'intemo e in modo nonviolento. In questo momento io, Claudia e Rita, stiamo aspettando che i la­boratori della locale polizia accerti­no che quel che abbiamo distribui­to era davvero marijuana. Quan­do verremo rilasciati, ci batteremo perché il processo abbia luogo, sperando che stavolta ne venga fuori un verdetto minimamente coerente: nei casi precedenti, infatti, siamo stati a volte assolti «per l'alto valore morale dell'atto», altre condannati, per lo stesso identico reato; il tutto alla faccia della certezza del diritto. Intanto, gli stessi agenti che ci hanno portato qua in questura ci esprimono solidarietà, in alcuni casi ci dànno ragione al cento per cento. «Vi abbiamo fer­mato perché è nostro dovere far rispettare la legge». E uno di loro ci racconta di come suo padre sia morto di cancro, fra atroci soffe­renze, senza poter lenire il dolore con farmaci insensatamente proi­biti. Mentre lo stesso questore, Sal­vatore Festa, ci viene a trovare un attimo e saluta le signore con per­fetto baciamano. Un grazie a loro, a quanti vorranno unirsi a noi (e a loro) in questa lotta per la legalità, e a lei, caro direttore, per l'attenzione.

Giulio Braccini

28 settembre 2007

DIRITTI DELLE DONNE ED EMANCIPAZIONE DEI POPOLI


Vedo scorrere in televisione le immagini che in questi giorni focalizzano la nostra attenzione lì, dove centinaia di monaci scalzi conducono una azione nonviolenta destinata alla repressione. Che cosa sappiamo della Birmania?
Non avevo mai notato un grande interesse per la Birmania; non ricordo notizie, informazioni, documentari; sono i birmani che sono riusciti a attrarre la nostra attenzione. Però un’ associazione mi frullava nel cervello, qualcosa che non riuscivo a mettere a fuoco, ma aveva a che fare con la crudeltà e con i diritti delle donne.
Poi mi sono ricordata, e ancora una volta ho compreso gli effetti miracolosi della rimozione sociale, perché certe cose è meglio scordarle.
Durante i due anni passati a studiare, per una tesi in sociologia dei processi culturali, il fenomeno delle mutilazioni genitali femminili, mi sono occupata, per una comparazione antropologica, di altre forme di violenza estrema sulle donne; gli esempi non mi sono mancati, dalle donne pakistane sfigurate con l’acido da mariti un po’ nervosi alle ragazze giordane bruciate vive da zii e cognati perché disonorate.
Fra ciò che si può perdonare a Mao Tze Dong ( o Tung come usava prima ) c’è certamente la incisiva eradicazione della mutilazione e deformazione dei piedi delle bambine, pratica durata per due millenni; la stessa cosa non si può dire del governo birmano, che ha trasformato le donne giraffa in una attrazione turistica e occasione di lavoro.
Le donne Padaung, Birmania, fino dai 5 anni vengono forzate all’ allungamento del collo a dismisura con l’ uso di una serie di magnifici anelli di ottone aggiunti con il passare degli anni, fino a 30 cm. di lunghezza e una dozzina di chili. La simpatica tradizione, descritta nei pieghevoli pubblicitari e nelle pagine web delle agenzie di viaggi, simboleggia l’assoluto dominio dell’ uomo sulla donna; un marito geloso e furibondo può segare e togliere gli anelli alla donna sospettata di adulterio, condannata a morte certa per soffocamento perché la trachea liberata dal sostegno artificiale non è più in grado di sostenere il peso e i muscoli del collo dopo tanti anni sono atrofizzati. Oggi è uno dei pochi lavori che una donna Padaung può fare: la donna giraffa per i turisti. Da tutto il mondo occidentale migliaia di viaggiatori non mancano di includere nei tour del sud est asiatico una visita nei villaggi Padaung dove migliaia di foto vengono scattate e riportate in patria per farle vedere agli amici.
Senza correre a facili e banali conclusioni, si può osservare che là dove i diritti delle donne sono calpestati vergognosamente nel silenzio di tutti il livello di violenza e autoritarismo è alto; non è un facile determinismo, ma un fatto sociale, che i diritti delle donne e dei minori e perché no? degli animali vanno insieme ai diritti umani in generale.
E’ inutile e controproducente rimuovere, nella falsa emancipazione occidentale, lo stato penoso dei diritti delle donne e dei bambini in gran parte del mondo. L’ indifferenza oltre a non aiutare nessuno genera mostri sociali, come questa giunta birmana che coperta da cina e russia concede a malapena e obtorto collo, è il caso di dire, l’ingresso a un inviato onu.

25 settembre 2007

LUNEDI' SCORSO


ROBA DA PAZZI / Una tranquilla giornata di sciopero della fame
di Claudia Sterzi

Il lunedì mattina mi faccio svegliare dalla Voce: l’insieme di due delle voci maschili da me preferite impastate con l’odore di nicotina che arriva dalla radio ha la magica facoltà di cullarmi nella notte accompagnandomi nei sogni e parimenti di ridestarmi incitata all’azione la mattina presto.
Il primo pensiero non può essere altro che il fatto di essere in digiuno: è una condizione che non sfugge al corpo che per pochi attimi. Da due settimane.
Da oggi di nuovo a oltranza; inutile affannarsi a spiegare che cosa vuole e che cosa non vuole dire l’oltranza. Fatto sta che non si mangia uguale; il digiuno si può anche affrontare con un sorriso e con la gioia di fare una azione reale, quello che con il sorriso non si può affrontare è la nidiata di serpenti che si aggroviglia tutto intorno alla moratoria, con il palese scopo di strangolarla in culla.
Prima l’ eurotauro, cioè la burocrazia europea che non ha ad oggi rivali in lentezza e scarso rendimento effettivo; poi l’ esasperante elefantiasi di tutti coloro che vogliono metterci il cappello sopra e la firma sotto; la Polonia con i suoi simpatici richiami all’eutanasia e all’aborto, che mi ricordano tanto i paralleli tra coppie di fatto e pedofilia, tra aborto e terrorismo; il Portogallo che si impadronisce del “testo che non c’è” e se lo sbertuccia a modo suo. Un manicomio.
Al centro del dibattito politico, secondo il tg3, l’”antipolitica di Beppe Grillo”; “un’ottima idea”, dice Di Pietro, e che altro dovrebbe dire, da bravo poliziotto?
Sul forum radicale inserire notizie sulla moratoria provoca immancabilmente l’intervento dell’ Arpia che scacazza su tutto fuorché su Capezzone.
Certamente una realtà aliena, un forum parolaccia, un luogo dove si sfogano i rancori di tutti coloro che sbagliarono il Partito con la famiglia e viceversa, un manicomio senza pari. C’è addirittura un topic intero sull’interpretazione autentica di che cosa vuol dire Pannella quando invita a rispettare Capezzone conoscendo ciò che fa; proposizione etimologicamente più che corretta, di una chiarezza, più che patente, lampante.
Una realtà aliena, ma non più aliena di quella che vivo, impegnata nel quotidiano sulla moratoria senza che ne parli nessuno se non io.
Sul forum trovo però anche una bella notizia dal compagno Benedetto che da oggi inizia un digiuno indiano purificatorio, in appoggio anche a noi di nuovo oltranzisti; io trovo che se ne sentiva il bisogno e lo ringrazio.
La vita radicale toscana,vista attraverso la mailing list aperta, è a dir poco vivace. Sulla cionesca vicenda dei lavavetri, che solo il Cioni si poteva inventare, in toscana abbiamo avuto ben due iniziative radicali: troppa grazia! Una disubbidienza civile radicale classica sulla legittimità del provvedimento, attuata da Donatella, Brava!, Poretti, e una lettera al Sindaco di Firenze, soprannominato Venerdì e diventato Domenica ( capisco che qui c’è un po’ di ermetismo, ma il pezzetto di cronaca locale è per addetti ). Non ricordo più chi ha dato il via al dibattito, ma i Tamburini dicono che a lavare i vetri non ci sono andati perché non li avevano invitati; di fronte alle garbate frecciatine di Donvito Bau, baciamo le mani, si è sentito inclinato ad intervenire anche il nostro inviato all’ Onu, delegato per il governo della toscana radicale, Sua Reverendissima Grazia e Giustizia Matteo Mecacci, baciamo le mani pure a lui.
Maledetta toscana! Patrimonio dell’ Unesco e di tutti fuorché dei toscani, espressione di eccellenza sia nel bene che nel male; veramente maledetta con il suo governo inamovibile e conseguente blocco globale, con i suoi splendori terminali; con le sue relativamente numerose e floride associazioni radicali, ognuna per se stessa, tutte contro tutte.
Ci mancava solo decideretoscana.net, potevamo farne senza?
Intanto, mi immagino, gli addetti ai “lavori” di apertura dell’ Assemblea Onu, fra pranzi di affari e cene di incontro si stanno mangiando le risorse che noi radicali non abbiamo; stanno bellamente facendo passare tempo, perdendolo, forse solo perché non hanno niente da perdere. O perché pensano che è giusto che la pena di morte ci sia, ma non hanno neanche il coraggio di dirlo e sostenerlo. O perché sono pagati dai produttori di seggiole elettriche. O tutte queste cose insieme, con in più la possibilità che sia anche perché sono proprio ignoranti, e non hanno idea delle procedure necessarie per proporre una risoluzione all’Onu.
Che cosa possiamo fare? Oltre a limitarci a digiunare, autofinanziarci e dialogare con le amministrazioni locali perché firmino appelli e illuminino monumenti.
Che cosa possiamo fare perché i cittadini italiani godano del loro diritto ad una informazione libera e corretta? Non è bastato neanche che sei radicali guastatori occupassero la sede Rai per giorni e notti; forse non dovevano più uscire perché delle belle promesse c’era poco da fidarsi. Forse noi oltranzisti non dovevamo sospendere lo sciopero e morire di fame nel silenzio generale, magari per ferragosto! Anche se ci mettessimo accampati in sciopero della fame permanente davanti ai palazzi del governo si troverebbe il modo di cancellarci.
In tutto questo manicomio globale perché non rallegrarsi delle notizie dalla Cina? Che sia per via delle Olimpiadi, che sia per la necessità di tenere aperto un dialogo con il resto del mondo, il Partito comunista cinese ha dato una svolta formale in direzione contraria alle esecuzioni capitali. Stessa cosa, anche se con altre modalità, in Texas dove pure il governatore si era tanto agitato sul suo diritto di ammazzare chi gli pareva a casa sua.
Alla fine i nemici della moratoria, oltre ai paesi islamici fondamentalisti e produttori di petrolio, sono proprio le resistenze interne al gruppo proponente e sponsor. La moratoria delle esecuzioni capitali è così bella che tutti vogliono poter dire: è figlia mia! E, come nella parabola del re Salomone, sono disposti a farla a pezzi: meglio morta che di un altro!
Per me, la risoluzione può presentarla il Portogallo, il Ruanda, il comune che so? di Radicondoli, può presentarla chi vuole: ma che sia in grado di presentarla all’apertura, come da impegni presi. Non ha forse preso l’impegno il Governo italiano di fronte al suo Parlamento? E il Governo europeo non si è forse impegnato con il suo Parlamento? Che cosa stanno combinando a spese nostre?
La sera i telegiornali scorrono senza lasciare traccia: nel mondo, a sentir loro, non accade nulla. Prodi è sveglio come un grillo, Madonna ha adottato un’ altra bimba e la Seredova è incinta.
Penso ai solitari radicali che digiunano ognuno a casa sua, molti sperduti nelle province italiane, con lo sguardo saldo alla meta della moratoria. A tutti quelli che per la moratoria stanno lavorando in tutto il mondo. Mi appaiono, scusate la retorica, come punti di luce.

S.A.R.


CONSULENZA SOCIOLOGICA / Segue fattura

di Claudia Sterzi


La definizione della metodologia nelle scienze sociali è ancora oggetto di discussione; non è possibile applicare alle scienze sociali le stesse teorie di ragionamento scientifico e categorie di esperimento che si applicano alle scienze fisiche.
Ciononostante la ricerca antropologica e sociologica e la comunità scientifica sono andate avanti brancolando un po’ nel buio, dotandosi di temporanee regole di indagine provvisorie, quindi non rigide, ma, facendo esperimento anche di questa esperienza, consolidate da decenni di pratica.
Una delle regole fondamentali della ricerca antropologica ( anche sulla differenza tra antropologia e sociologia il discorso è aperto ) è la cosiddetta osservazione partecipante. Si tratta di mantenere un equilibrio tra il coinvolgimento e il distacco, fra l’ “immersione nel campo” e la “visione oggettiva”, e di saper cogliere anche in se stessi quelle divisioni pregiudiziali del mondo che renderebbero l’osservazione parziale: in linguaggio tecnico, oggettivizzare il soggetto.
Solo una simile disposizione permette di cogliere i fatti sociali nella loro configurazione effettiva; questo concetto viene ripetuto a sfinimento nei corsi universitari, anche se la ripetizione non garantisce la comprensione. E’ in realtà un concetto importante; ha recuperato l’antropologia dalle paludi dell’eurocentrismo e ha aperto alla sociologia la possibilità di proseguire oltre l’analisi di idealtipi.
Così se si vuole indagare sulla rimozione operata dai media nei confronti del popolo radicale, è necessario un certo coinvolgimento, grazie al quale si evita di dire sciocchezze come Franceschini, ( di recente, intervistato a RR, ha sostenuto che Marco Pannella non ha bisogno di visibilità, anzi ne ha anche troppa, dato che tutto ciò che fa lo fa solo per apparire ), e un certo distacco, che allontani il rischio opposto del vittimismo irresponsabile.
Di rimozione sociale si parla in effetti non da molto; il termine rimozione, trasferito dal linguaggio psicologico, a livello sociale consiste nella distruzione di blocchi interi di informazione, vuoi filtrati individualmente, vuoi selezionati all’origine con meccanismi automatici o controllati.
La rimozione non avverrebbe affatto per un semplice sovraccarico di informazione, come si era ritenuto fino ad ora, ma sarebbe frutto di una selezione mirata che individua “pensieri molesti” e “ciò di cui non si deve parlare” ancora prima che arrivino alla consapevolezza, personale o sociale che sia.
Non c’è bisogno di un grande vecchio per dare l’ordine di rimuovere i radicali dai media, bastano alcuni input ben distribuiti e poi l’ingranaggio si attiva da sé, penetrando nei meccanismi della riproduzione sociale quotidiana. Già il fatto che i radicali si occupino di molti temi rimossi socialmente, come la fame nel mondo, o l’eutanasia, tutti i fenomeni clandestini, o le mutilazioni genitali, genera un effetto di naturale rifiuto.
Che i radicali siano esclusi dai media è una certezza che viene dai dati del Centro d’Ascolto; anche se, grazie alle premeditate azioni di Daniele Capezzone, i dati di presenza del 2006 e 2007 sono falsati dalle sue presenze a titolo personale.
Non solo la rimozione opera, nella esclusione stigmatizzante dei radicali: spesso, quando l’informazione viene data, è incompleta, manipolata, caricaturizzata ecc.; parte del linguaggio viene letteralmente rapinato e attribuito ad altri, come è successo al termine radicale attribuito alla “sinistra radicale” o addirittura “ ala radicale del Governo”, intendendo sempre la sinistra che un tempo era semplicemente estrema.
Un’ interazione non si consuma mai da sola; anche gli esclusi sono parte dell’esclusione.
Senza scomodare la sociologia dei gruppi, è evidente che un gruppo escluso sviluppa strategie di rafforzamento interno, che se promuovono il senso di appartenenza e la spinta identitaria ottengono anche l’effetto di aumentare le distanze dagli escludenti, che in genere non aspettano altro.
Se poi si aggiunge una vita interna al gruppo a dir poco vulcanica si capisce che i radicali non possono dimenticarsi oltre del Caso italia.
Una parte minoritaria del gruppo radicale ha piena coscienza della centralità del tema; i radicali mancano non solo dai telegiornali, ma anche da tutto il palinsesto televisivo e di stampa. Abbiamo visto uno speciale su Enzo Tortora senza che si parlasse della sua militanza; idem per Pier Paolo Pasolini e per Leonardo Sciascia. Si parla e si discute di finanziamento pubblico ai partiti, testamento biologico, libertà di ricerca scientifica, senza invitare i radicali. Si rimuove la storia radicale dai programmi delle facoltà di scienze politiche tanto che a Firenze è possibile laurearsi in scienze politiche senza averne sentito mai parlare, se non per la buona sporadica volontà di un assistente giovane o di uno studente anziano. I radicali sono esclusi dal Senato, dalla storia, dalla cultura, dai mezzi di informazione e a volte, purtroppo, si escludono anche uno con l’altro.
Un’ altra parte dei radicali dà la colpa a Marco Pannella, e personalizza il problema, che tanto personale non è, se ricordiamo le censure che hanno colpito Luca Coscioni e colpiscono oggi l’operato al Governo di Emma Bonino; o l’anatema lanciato su Rita Bernardini, rea di averle cantate e suonate ai giornalisti fin dall’avvio del suo discorso di insediamento come Segretaria di Radicali Italiani, trattandoli da scribi e farisei ipocriti quali sono.
Marco Pannella gode di un veto particolare aggiunto, è vero. E’ vero anche che tirar fuori gli scheletri dagli armadi degli altri non ti rende simpatico a chi ne ha tanti, e, come ha detto un parlamentare intervistato da Radio Radicale “ non si può invitare Pannella senza che si metta a parlare di palermitani e corleonesi “.
Questo indica anche la paura e l’ignoranza di chi lo ha detto, del quale non ricordo il nome, che non conosce il popolo che governa; se facesse un giro in autobus o in qualcun altri dei miseri luoghi dove si consuma la vita della normale e povera gente, dei nostri indios, come li ha chiamati Amato, scoprirebbe che il trucco dei ladri di Pisa ( litigavano di giorno e andavano insieme a rubare di notte ) è ormai scoperto e svelato in tutti i suoi aspetti, e che i governati sono astuti quanto i governanti; solo, hanno meno risorse, privilegi e tempo da perdere.
Piuttosto, i radicali stanno a dimostrazione vivente della falsità del teorema craxi-amato che tutti rubavano, dell’ eccezione al teorema popolare che i politici sono tutti uguali, teorema che discende dal precedente dei ladri di pisa.
Altri radicali non danno importanza alla questione, perché sono fortemente presi e coinvolti dalle azioni che portano avanti, caso Italia o no; magari pensano anche che sia meglio presentarsi alle elezioni da soli, né con questa destra né con questa sinistra, e pace se non si entra nei palazzi; forse non considerando che un soggetto politico è politico in quanto accetta di assumersi responsabilità di Governo.
Senza contare, in questa iniziale disanima delle sottocategorie del gruppo radicale, gli infiltrati e le lingue biforcute.
Alla fine non è vitale capire ora se il muro costruito tra i radicali e l’opinione pubblica è istituzionale o è un meccanismo sociale autoriprodotto, molto più vitale è trovare un accordo nel definirlo e tentare le possibili strade per abbatterlo.

S.A.R. ( Società di Antropologia Radicale )

3 settembre 2007

DON PERIGNON


DON GELMINI EMPIRE
di Claudia Sterzi

Don Michele Santoro ne sa una più del diavolo; sapeva bene quello che faceva quando, nel maggio scorso, ha dedicato una parte del suo programma, Anno Zero, a Don Cantini e in particolare a una delle sue “predilette pupille”, che si è prodotta in un outing intenso e mi auguro per lei terapeutico. La sua sofferta testimonianza, punteggiata da particolari scabrosi, ha portato alle stelle l’audience ma non ha fornito informazione corretta sul fenomeno, tutt’altro che isolato e saltuario, delle violenze fisiche e psicologiche compiute da uomini di chiesa su minori o comunque su giovani affidati alle loro sollecite cure; effetto che, a giudicare dalla selezione degli ospiti, era voluto e non secondario.
Comunque la si pensi, scrivere di questo argomento comporta una serie di riflessioni preventive che vanno dal garantismo nei confronti di presunti innocenti al dovere giuridico di tutelare i minori, dal rischio di accanimento anticlericale a quello di omertà corporativa.
Da quanto ne può sapere dai media un cittadino qualunque, le accuse di abusi lanciate su Don Pierino Gelmini da due ex ospiti della comunità Incontro, non hanno altro fondamento che le stesse due testimonianze, non molto credibili di fronte alla parola del sant’uomo, che da anni lavora nel recupero di tossicodipendenti, malati di aids e sbandati vari.
Alcuni politici, Gasparri in testa, si sono schierati a difesa pregiudiziale di Don Pierino; pregiudiziale perché, se non possiamo avere certezza del suo reato se non da indagini e giusti processi, non possiamo neanche presumere una calunnia prezzolata dei due ragazzi solo perché tossicodipendenti, ex o no che siano.
Inoltre l’eventuale abuso di un ragazzo in comunità non è un reato minore, anzi è aggravato dall’autorità che il responsabile esercita e dal suo potere di ricatto che gli permette di rispedire in carcere chi non tragga giovamento dalla vita comunitaria.
Il rischio di cadere nel linciaggio mediatico è presente, ma anche quello di lasciare in mano centinaia di giovani in condizioni di disagio a un eventuale prete pedofilo che esercita una carità a dir poco pelosa non è da meno; questo, nessuno è venuto in televisione a dirlo.
Il sito di Don Gelmini ne celebra in modo stucchevole la vita e le opere: umile nel suo servizio agli ultimi, poverello come San Francesco, tanto che sostiene di essersi nutrito a lungo a “pane, mortadella e mele”, si narra come la sua missione sia nata dall’incontro con un tossicodipendente di strada. Da quel giorno la parola d’ordine del Don diventa “vieni, ti porto a casa mia” e la rete di comunità Incontro, oggi dotata di sedi in tutta Italia e nel mondo, con lo “scopo sociale di assistenza ai tossicodipendenti, alcolisti, anziani, portatori di menomazioni psichiche e fisiche ed a quanti siano emarginati, abbandonati od in particolari condizioni di necessità” ( 164 sedi residenziali in Italia e 74 sedi residenziali in altri Paesi: Spagna, Francia, Svizzera, Slovenia, Croazia, Thailandia, Bolivia, Costa Rica, Brasile, Stati Uniti, Israele ), di un giornale ( Il Cammino ), di una rete tv ( Tele Umbria Viva ), comincia a prendere forma.
Ma se si digita il nome di Don Gelmini su un motore di ricerca internet, un’altra realtà appare, una realtà che non è certo da prendere per oro colato, ma pure merita attenzione per alcuni aspetti.
Non sono solo pettegolezzi e voci anonime quello che si trova; parla la cronaca giudiziaria, parlano articoli di giornalisti con nome e cognome.
Il nostro monsignore, come si fa chiamare, è stato inquisito e condannato per truffa, emissione di assegni a vuoto e bancarotta fraudolenta insieme al fratello, Padre Eligio, negli anni ’70; la storia, contornata di festini, ville lussuose e jaguar in giardino ( pane e mortadella? ) fece ai suoi tempi un bello scandalo. Fuggito alla giustizia si rifugiò in Vietnam, dove fu accusato di essersi appropriato indebitamente di altri patrimoni. Tornato in Italia ha scontato quattro anni di carcere venendo spesso tenuto in isolamento dal direttore del carcere perché “troppo promiscuo”. Niente che dimostri un reato d’abuso, certo, ma elementi pertinenti all’analisi tanto quanto la versione ufficiale rose e fiori.
Pagato il debito con la giustizia, Don Gelmini viene scagionato da altre accuse, sempre patrimoniali, ed ha la fortuna di incontrare generosi donatori ( uno degli ultimi, Berlusconi, gli ha staccato un assegno con tanti zeri ) che lo aiutano e costruire la rete comunitaria, esente ici e godente di finanziamenti statali cospicui. Il fratello gestisce la rete di comunità Mondo X e un resort di lusso “La frateria di Padre Eligio”, esente ici ecc.ecc.
Parlano anche le presunte vittime. Qualcuna in forma anonima, ma altre con nome e cognome; i racconti comprendono elementi simili, gli stessi presenti nelle testimonianze delle vittime di Don Cantini: scelta di soggetti variamente deboli, a basso potenziale di denuncia legale e pubblica, coercizioni psicologiche, mescolarsi di abusi fisici e rituali religiosi, oculata gestione del dopo abuso.
Si può capire che se non ci fossero Don Gelmini, Padre Eligio, Muccioli, e compagnia credente non sapremmo come affrontare quell’emergenza che le strategie proibizioniste producono.
Si può capire come la società italiana preferisca chiudere gli occhi e affidare il recupero al chiuso delle comunità, piuttosto che affrontare il problema, ma un effettivo e continuo controllo su chi gestisce i miliardi che girano intorno a tali comunità e soprattutto la vita di tanti giovani è doveroso.
Dovrebbe capire e condividerlo anche Don Gelmini. Invece la sua reazione è stata invelenita, scomposta e poco caritatevole; si è scagliato sui ragazzi divulgando ai quattro venti la loro qualità di tossici e ladri, disposti a vendersi per due denari, ha gridato al complotto ebraico – massonico – radical chic, al linciaggio mediatico.
In attesa del proseguimento delle indagini, ecco, per curiosità, la lista delle onorificenze che l’umile servitore degli ultimi si è conquistato, e che fanno bella mostra nel suo sito:
Esarca Mitrato del Patriarcato di Antiochia e tutto l'Oriente, nella Chiesa greco-melkita cattolica,
Premio Internazionale "Marcello Candia 1985""Albero d'Oro" (Roma, Campidoglio 15 dicembre 1990)Premio "Albert Schwaitzer", della Fondazione Johann Wolfgang von Goethe de Bâle (Strasburgo, 10 giugno 1992)Distinzione "Servitor Pacis" della Path to peace Foudation", che sostiene la Missione permanente della Santa Sede all'ONU (New York, 15 giugno 1999)
Commendatore al merito, della Repubblica italianaCavaliere dell'Ordine Equestre della Santa Croce di Gerusalemme (29 giugno 1969)Maggiore Garibaldino e Primo Cappellano della Legione Garibaldina (21 ottobre 1974)Cavaliere di Gran Croce del Reale Ordine Cavalleresco Militare di San Casimiro (29 giugno 1980)Gran Comandante dell'Ordine di Georg Whasington (New York, 25 novembre 1981)Membro della "Honor Legion of the Police Department City of New York" (4 luglio 1983)Commendatore dell'"Orde del Merit" del Principato di Andorra (24 dicembre 1986)Onorificenza di 1a classe del Nobilissimo "Ordine della Corona di Thailandia", da S.A.R. il re Bhumibol AdulyadejLaurea ad honorem in Pedagogia dell'Università degli Studi di Lecce (17 ottobre 1995)Diploma del Governo del Distretto Federale di Brasilia (17 dicembre 1996)Decorazione "Andrés Ibañez" della Prefettura di Santa Cruz (Bolivia)Ufficiale dell'Ordine del "Condor de los Andes", dal Presidente della Repubblica di BoliviaMedaglia al merito per servizi umanitari, del Governo municipale di Santa Cruz de La Sierra (Bolivia)Decorazione "Bandera de Oro", del Senato Nazionale della Repubblica di Bolivia (21 ottobre 1998)Collare dell'Ordine patriarcale della Santa Croce di Gerusalemme che porta il nome dell'Apostolo Paolo (riservato agli alti prelati), conferito da S.B. Maximos V il 29 giugno 1999.

8 giugno 2007

ALLE PORTE COI SASSI




Ancora qualche giorno; due, tre. Di rimandi, di gerundi, di rimpalli, poi il silenzio scenderà sulla moratoria delle esecuzioni capitali. La sessione dell’Onu finirà, tutti andranno a godersi le immeritate vacanze, per riparlarne, forse, a ottobre.
A ottobre qualche altro centinaio di donne e uomini qualsiasi, colpevoli e/o innocenti, saranno stati uccisi nei molti modi che gli Stati inventano per eseguire le pene di morte: chi impiccato, chi fucilato, chi sbruciacchiato sulla sedia elettrica.
A ottobre magari qualche altro attentato terroristico avrà già mobilitato l’opinione pubblica e l’opinione dell’Onu in direzione opposta alla moratoria.
Marco Pannella con il suo carrozzone di radicali ( se tanti parlano di baracca, potrò ben parlare di carrozzone! ) profeticamente digiuna, si agita e si adopra perché questo non succeda, perché in questi ultimi giorni sia possibile cambiare la storia e rispettare la volontà dei cittadini italiani e europei, che hanno impegnato, attraverso i loro parlamenti che li rappresentano, i Governi a presentare la Risoluzione per la moratoria già dallo scorso luglio, per l’Italia, e da questa primavera per l’Europa.
Ma che cosa importa e a chi la volontà dei cittadini? In questa presente rappresentazione della democrazia, la volontà dei cittadini conta come il due di picche.
Il rispetto delle regole è viziato dalla logica “due pesi, due misure”.
Se un disgraziato cittadino viola un qualche minuscolo regolamento celato nelle pieghe della burocrazia, si ritrova vessato da processi, multe, fermi amministrativi, sanzioni, e chi più ne ha più ne metta; non altrettanto quando un Governo viola regole fondamentali come le delibere del parlamento o i risultati dei referendum popolari. Niente sanzioni, niente multe, niente pene.
Come al tempo dei Borboni, anzi peggio, perché tutto avviene con modalità più sottili, che tolgono al cittadino la voglia e l’energia per andare sotto i palazzi con i forconi a reclamare giustizia.
Non c’è pace senza giustizia? Ben venga per i venditori di armi; per i produttori di sedie elettriche e i carpentieri di forche, la mancata pace e la mancata giustizia.
Se questo è il mondo che vogliamo, questo risprofondare nella parte più oscura del medioevo, questo “occhio per occhio, dente per dente” che sembra ogni giorno di più tornare di moda, promosso dagli Stati, accettato dai cittadini; questa voglia di vendetta, di sangue e di carne bruciata.
Se questo è quello che volete, rimanete a casa, date retta ai telegiornali, ai giornali; non documentatevi, e soprattutto non aprite i siti radicali, non ascoltate Radio Radicale, e quando, ogni venti anni, appare Marco Pannella, cambiate subito canale; sarete accontentati molto presto.

6 giugno 2007

A proposito dei fatti del 9 settembre 1981
Diario di un delinquente e di due efferati complici
di Sandro Tessari

NOTIZIE RADICALI, febbraio 1982

Sì lo confesso: sono un interruttore. Ho interrotto un giorno la povera Piera Rolandi mentre al TG2 delle 19.45 raccontava a milioni di telespettatori paganti con rara abnegazione il pesante canone radiotelevisivo - le solite bugie del regime. Ero entrato alla sede della RAI assieme a Crivellini e Cicciomessere la sera del 9 settembre 1981. Essendo noi di casa alla RAI, come tutti sanno, e non solo in effige come Piccoli, Craxi, Longo e Spadolini, nessuno ha pensato di chiederci i documenti o controllare se avevamo il permesso di accesso. Siamo così entrati dalla porta d'ingresso normale. Il sottosegretario Leccisi, quello per intenderci che aveva organizzato una raccolta di fondi neri per la corrente di Donat Cattin di oltre un miliardo senza riuscire ad andare nei notiziari RAI, rispondendo alla camera alla nostre interpellanze sulla RAI il 25 gennaio, affermava che noi ci "eravamo introdotti" all'interno della RAI, dando alla nostra iniziativa un grosso sapore d'avventura come dimostra il successivo interesse del commissariato di polizia e dall'autorità giudiziaria che ci hanno gratificato di una relativa comunicazione. Entrati che fummo nei locali della RAI e dovendo attendere qualche minuto per l'inizio del TG1 della sera (erano infatti le 19.50) ci siamo recati al bar dove, per far passare il tempo, abbiamo dovuto consumare numerosi cappuccini con brioches. Cicciomessere che guidava la spedizione ha proposto di definire l'"azione": lui e Crivellini, notoriamente agili e scattanti, avrebbero fatto irruzione nello studio del TG1 non appena questo fosse iniziato. A me, in considerazione dell'età e delle mie origini veneto-contadine hanno lasciato il compito più facile: quello di entrare nello studio del TG2 e portarvi il messaggio che sale spontaneo ogni sera da milioni di bocche di telespettatori quando accendono la televisione di stato: ladri di verità! Debbo dire che non ci fu facile individuare nel labirinto della RAI i due studi. Abbiamo bussato a tutte le porte chiuse e chiesto gentilmente dove fossero le due sale regia. La previdenza della RAI è tale tuttavia che ci è venuta incontro mettendo fianco a fianco i due studi con porte quasi comunicanti. Sono così entrato dopo aver bussato. Nessuno, debbo dire la verità, quando sono entrato ha badato a me: erano tutti protesi a sentire quello che stava dicendo Piera Rolandi. Mi sono inserito nel monologo sintetizzando il mio pensiero: ladri di verità, furto di informazione. Nessuno dei presenti ha fatto mostra di stupirsi troppo della mia affermazione come cosa forse fin troppo ovvia. La Rolandi sempre molto contegnosa, faceva con una mano il gesto di non avvicinarmi troppo a lei mentre parlava salvo poi interrompersi del tutto. Forse voleva esprimersi sulle mie affermazioni ma la regia non glielo ha consentito e ha mandato in onda un diverso programma. Dopo qualche minuto di reciproco imbarazzo, non sapevamo a chi toccava la parola, dalla regia ridanno la voce alla Rolandi che inizia a fare originali considerazioni sulla situazione economica del paese. Io ribadisco il mio pensiero su questo tema: ladri di verità e furto di informazione. A quel punto sento che succede qualcosa: voci concitate da ogni parte, si interrompe il servizio, si aprono le porte e comincia in concitato andirivieni di funzionari e poliziotti del servizio interno. Uno mi afferra ad un braccio bruscamente: non appena tuttavia gli faccio notare che forse noi non ci conosciamo, subito mi fa le sue scuse ed usciamo urbanamente conversando con i tecnici dello studio giusto in tempo per vedere nel corridoio, in uno schiamazzo indescrivibile, trascinati come due cirenei il Cicciomessere e il Crivellini, all'urlo concitato: sono radicali, sono radicali, sono Cicciomessere e Stanzani. Io, da mezzo il pubblico che assisteva alla scena, dico subito che quel signore distinto con l'aria tra Verdi e Mazzini non è Stanzani ma Crivellini. Subito vengo guardato con sospetto e mi si chiede come faccio a saperlo. Dico: ma come fate a non riconoscerlo, è sempre sugli schermi della RAI. Un funzionario coi baffetti, molto autorevole a giudicare dalle ore che passa alla buvette della Camera, esplode: da questo momento basta coi radicali sul video! Non devono più mettere piede alla RAI, bisogna rompere tutti i rapporti che abbiamo coi radicali, e via dicendo. Dispiaciuto che non avesse colto la mia ironia cerco di fargli notare che è difficile rompere i rapporti che non ci sono. Mi guarda sospettoso e dice: ma lei è un amico dei radicali? un basista? un complice? Mi sento perso. Un altro dice: è anche lui un interruttore. E' la fine. Veniamo agguantati e tutti e tre trascinati dinnanzi al tribunale del direttore del TG1 come fossimo malfattori, arraffa tangenti, piduisti ecc. ecc. Strada facendo siccome erano molti i segni di divertita complicità del personale RAI alle nostre malefatte, il giornalista televisivo Valentini ha pensato bene di farci la paternale e con la sua ben nota voce pastosa e controllata, senza fare neanche una papera, ci ha detto che lui aveva un'alta opinione della classe politica (evidentemente pensava a Piccoli, Bisaglia, Gioia, Lima, Ciancimino, Andreotti, Evangelisti, Longo, Labriola e a tanti altri che hanno ben meritato con opere preclare su cui tuttavia la RAI ha esercitato una rozza e inspiegabile censura) per cui riteneva, quello radicale, un gesto troppo diverso dallo stile della "classe politica" e sul quale era bene che la RAI stendesse un velo di silenzio. Così abbiamo capito che è solo per una questione di diversità se i radicali non compaiono mai sul video, come risulta dai numerosi libri bianchi che abbiamo fatto sui disservizi televisivi. Nello studio del direttore del TG1 il trattamento è diventato subito elegante: non più vociferazioni e insulti. Ci hanno perfino offerto da bere. Poi si è saputo che il direttore era contento che fossimo riusciti solo a interrompere il TG2 della concorrenza e non il suo. Abbiamo subito fatto le nostre rimostranze sulla inconsistente vigilanza che si esercita agli ingressi di uno strumento così delicato come il servizio televisivo di stato e l'indomani abbiamo fatto un'interrogazione ai ministri dell'interno e delle Poste. Una settimana fa ci è arrivato un foglietto gualcito: una comunicazione giudiziaria per aver interrotto un servizio pubblico. Abbiamo subito compreso la gravità del gesto da noi compiuto. Forse con la nostra azione abbiamo impedito al segretario del PSDI di portare ai milioni di pensionati trepidanti il suo messaggio di salvezza, a Craxi di spiegare come la cosa più importante da fare per il paese sia il cambio della poltrona del presidente del consiglio e a Spadolini che la questione morale è rinviata a data da stabilirsi. E ne siamo profondamente dispiaciuti. Siamo anche noi interruttori pentiti.

per gentile concessione di internet grazie a m.palombo e al suo argomento su radicali.it

11 maggio 2007

GIORNO VENTICINQUE/2


Risposta a Gualtiero Vecellio


Caro Gualtiero, compagno di digiuno, grazie per avermi pensato, mentre vivo il mio digiuno “fuori Roma, senza Torre Argentina”.
Oggi, venticinquesimo giorno di digiuno, è stato un giorno un po’ di inedia; certo che il digiuno può portare a momenti di inedia, che non è spossatezza, non è pressione bassa, non è malinconia o passività. Per me l’inedia legata al digiuno è un paziente addestramento a non-fare, quando da fare c’è obiettivamente poco, una raccolta di energie per il tempo che verrà.
Mi sono buttata nel digiuno all’improvviso, senza preparazione, e per una o due settimane ho continuato a fare la vita di sempre come fanno alcuni che, colpiti da pallottola mortale, continuano a camminare qualche metro. Lavoro, autostrada, figli, casa, amici, tutto come prima però a digiuno. Dal nove maggio, mio cinquantunesimo compleanno, il primo compleanno a digiuno della mia vita, sono “in ferie”; così si chiama la fine di un contratto a progetto, ferie non pagate, ma tanto, essendo a digiuno, che cosa dovrei spendere?
Je suis lasse de reves memes, gli accenti mettili te, dice una delle mie frasi poetiche francesi preferite. Si, anche io cucino per la famiglia e per gli amici, lavo piatti dove non ho mangiato e spazzo briciole che non ho sbriciolato; senza pena.
Dai compagni radicali toscani poche notizie, ma come sempre. Ricevo regolari inviti ad iniziative, leggo la mailing list toscana dove ci si scanna per il global warming o per le dichiarazioni di questa o quello dirigente radicale; eccezione, un radicale fiorentino che mi ha telefonato per chiedermi come stavo e per dirmi che mi vedrebbe bene candidata a sindaco di Firenze … cose che ti riappacificano con il mondo!
L’ underground radicale mi pare pervaso da una litigiosità senza precedenti, che a mio avviso esula di gran lunga da una sana competizione; tutti sbraitano, ammoniscono, la chiarezza va persa in conflitti antropologici, devo dire, con rispetto parlando, molto maschili.
Sapori, odori, tentazioni, ci vuole determinazione, al venticinquesimo giorno, e convinzioni profonde. I problemi io li ho con le altre dipendenze, con il fumo, il caffè, con tutti i vizi interdipendenti dal vizio di mangiare; perché facendo digiuni si può anche osservare che mangiare è un vizio. Non il nutrirsi, che è fisiologico, ma il mangiare come noi, occidentali che non ci manca niente, mangiamo.
La mia lunga critica ai tre cappuccini ( l’ idea è stata di Pannella? Non avevo dubbi. ) mi ha riportato a scelte più umane. Premesso che si tratta di assumere in tre volte pro die una quantità di calorie pari a quelle di tre cappuccini, le tabelle comparate da trarne sarebbero molto interessanti; l’inventiva potrebbe spaziare in molte direzioni, ma si rischia di togliere efficacia ad un arma già indebolita dai digiuni a staffetta e dai digiuni parziali o fasulli. Così ho riscoperto il benemerito thè bancha giapponese, l’ unica sostanza che mi ha permesso, in precedenza, di attuare altri lunghi digiuni. Le calorie sono pochissime perché il thè bancha pur essendo giapponese non è fatto con le teste delle meduse bensì con un qualsiasi umilissimo arbusto; lo zucchero non c’entra nulla, è buono così come è, quindi niente calorie neanche dallo zucchero. Però sto veramente bene, mi gira la testa solo se pretendo di zappare l’ orto o di fare ginnastica al sole; non sono ancora un chiodo perché ero molto prospera, ma sto ricercando vecchi abiti che mi rientrano dopo dieci anni. La mattina prendo un caffè.
Molte poche, pochissime, le persone che hanno notizia del nostro sciopero.
Un comunicato stampa che ho fatto nei primi giorni ha sortito l’ effetto di farmi intervistare da una radio locale di arezzo, come vi ho scritto.
E’ normale? No, certo che non è normale. Il fatto che non è normale lo do per scontato non perché non mi scandalizzi ma perché così è; bisogna riuscire ad andare oltre. Leggo che state collaborando con Marco Beltrandi sul “caso italia”, che esiste, certo che esiste, più volte documentato e strettamente interdipendente dalla situazione economica radicale.
Siate voi il cambiamento che volete… la frase di Gandhi sembra indicare che il miglioramento di se stessi è il primo goal; continuo a digiunare, a oltranza, per la moratoria delle esecuzioni capitali nel mondo e per tutti gli altri obiettivi aggiunti.
Sto tenendo informati tutti quelli che lo desiderano sulle mie condizioni fisiche e mentali attraverso un blog: http://www.cesarebeccaria.blogspot.com/ che aggiorno regolarmente e che mi tiene compagnia.
Credo di aver capito che il 14 maggio è una data importante per la nostra battaglia, una riunione dei ministri degli esteri europei. La Presidenza tedesca vuol fare la novella dello stento, il nostro ministro degli esteri per lunedì dovrebbe portare la Risoluzione scritta: un compito più che possibile. Non basterebbe ad aver vinto, ma sarebbe un passo necessario per arrivare alla votazione all’ ONU.
Domani, sul palco della Rosa nel pugno Pride, orgoglio laico o coraggio laico che sia, ci sarà certamente uno spazio per la battaglia sulla moratoria, per i temi del Partito Radicale Transnazionale. Senza centro, anche gli altri progetti perderebbero forza..

9 maggio 2007

GIORNO VENTITRE/CINQUANTUNO




Oggi bisognerà ritornare sul tema dell'ambiente, per forza.


Non so veramente che cosa pensare del riscaldamento globale, dei fatti storici che sono però comprovati interdipendenti dai fatti sociali, non credo neanche che esista una verità assoluta.


L' unico fatto che mi appare certo è che a casa mia fa molto più caldo da molto tempo e sempre di più. E anche che nel territorio intorno a me i danni all' ambiente attuati da una parte da una classe politica locale corrotta in combutta con speculatori, parenti e amanti, dall' altra dagli ambientalisti che con i loro esperimenti dissennati hanno messo a dura prova il già precario equilibrio ecologico, i danni all' ambiente sono cresciuti e vanno crescendo da anni e acquisiscono sempre nuove tecnologie e indotti, mercati legali e clandestini.


E' caratteristica comune agli uomini e alle bestie modificare l'ambiente nel quale vivono; è la posizione dominante dell' uomo, per ora, a fornire più risorse ed anche maggiori responsabilità nel "modellamento dell' ambiente". A misura d' uomo. A misura d' uomo? Siamo dunque così dannatamente stupidi che neanche avere acquisito il dominio delle altre specie e della natura in generale, con determinati limiti, è un vantaggio sufficiente a metter su un mondo decente dove le risorse siano sufficienti per tutti e si faccia appena un pò meno puzzo?


Fatto sta che è il nove maggio e fa più caldo del solito; tutto è già fiorito, anche le ginestre che erano le ultime. E questa frase, "è più caldo", mi rendo conto che se anche mi sforzo di far finta di non sentirla, sta crescendo da anni in numero di voci e in convinzione.


Un altro fatto del quale sono certa è che la luce del sole è cambiata. Ho seguito negli anni il suo cambiamento, non mi hai mai convinto nè il mito del buco dell' ozono nè quello dell' effetto serra. Ma è cambiata in colore, in intensità, in effetti sulle persone e sulle cose. E' il sole che è cambiato? o questa fantastica atmosfera terrestre che ha mantenuto le stagioni in piedi dai tempi forse dell' arcadia si è modificata: l' inquinamento? gli influssi planetari? gli alieni? i servizi segreti? Tutto è possibile, anche se alcune cose sono meno probabili di altre.


Il fatto è che la biologia sfida la ragione; la sociobiologia poi non se ne parla.


Certo che non basta che un giorno sia più caldo per dire che esiste un riscaldamento globale, ma per vedere con i propri occhi e percepire con i propri sensi che esiste un mutamento climatico in atto non mi sembra che ci voglia nè laurea nè scienza infusa.


Poi ci sono quelli che fanno dell' ambiente, da una parte e dall' altra, un ariete di sfondamento per entrare e per restare in certi ambienti; sono tanti.


Può essere che per il pianeta tutto nel suo insieme noi esseri umani siamo in realtà solo un piccolo fastidio, come una malattia della pelle; che veramente l'essere umano sia il cancro del pianeta come ho sentito seriamente affermare più volte da ambientalisti in genere un pò depressi no, io non ci credo. E' darsi troppa importanza, da bravi antropocentrici imperialisti. Un piccolo parassita maleodorante che la gratta e la insudicia in superficie, tipo rogna. L' uomo è la scabbia del pianeta.


O lo è fino a che prende coscienza di essere uomo, si alza dal suo destino di scabbia e comincia a dire quello che pensa e a fare quello che dice.




5 maggio 2007

PREGHIERA DEL 12 E 13 MAGGIO





Quando la Democrazia Cristiana, la grande balena bianca, si oppose alla legge che legalizzava il divorzio e sfidò il destino affidando la decisione al popolo sovrano e alla scheda referendaria, io c’ero; me ne ricordo benissimo, era l’anno nel quale avrei compiuto diciotto anni e sarei diventata maggiorenne, con tre anni di sconto sul previsto. Grazie a Pannella; già allora.
Le gerarchie conservatrici democristiane ( che se uno non le ha viste non se le può immaginare, che facce, che ghigne, che senso di oppressione occulta ) contavano sul voto delle donne cattoliche italiane, delle mogli e madri cresciute nel ventennio a catechismo e fascio, preti e padri padroni. Per quello avevano consentito al suffragio universale.Ma, come già era successo nel precedente referendum del 1946, facevano i conti senza l’oste.
Il giorno nel quale Giorgiana Masi fu uccisa mentre se ne tornava a casa sua ugualmente c’ero; non a Roma, ma attaccata a Radio Radicale. Come poter parlare di quegli anni? Sono così diversi da sembrare alieni, tali che pare di averli sognati.
Ma non potrò tacere del comportamento del Vaticano; non sarebbe giusto.
Perché c’ero quando gli affari di Marcinkus si intrecciavano strettamente con la vita politica e legislativa italiana; quando la predica di un parroco di paese poteva rovinare per sempre una vita e i preti nei confessionali ti raccontavano che dovevi restare pura come Maria madre di Cristo.
Per questo e altro non posso credere nella buona fede dell’indignazione vaticana di questi tristi giorni nei quali siamo diventati tutti terroristi. Terrorista chi divorzia, chi abortisce; terrorista chi si esprime. Certo chi manda un proiettile è un terrorista nel senso proprio, cioè vuol mettere terrore, e in questo caso ci riesce. Ma ognuno può dire e scrivere ciò che vuole, nei limiti delle leggi costituite. E io non scrivo su un muro di una chiesa ma posso qui scrivere che tutti questi alti prelati dovrebbero vergognarsi, vergognarsi tanto, dell’atmosfera che hanno creato, delle chiusure che hanno operato, delle provocazioni bieche e stantie che mettono in campo nel tentativo di riportarci indietro.
Io sarò troppo sensibile, ma quando sento che le coppie di fatto sono una strada che porta alla pedofilia e all’incesto, come se fossero droghe leggere e pesanti, oppure che dall’aborto al terrorismo il passo è breve, quando sento queste sciocchezze penso che se potessero riaprirebbero gli uffici della santa inquisizione e riaccenderebbero i roghi per le streghe; come donna e come cittadina mi sento seriamente minacciata.
Questa compagine monosessuata, tutta piena di vizi privati e di una pubblica virtù che le viene attribuita per antonomasia, sta lottando per recuperare un potere che vacilla; un potere fatto di roba, di manipolazione dei corpi e delle coscienze, di lasciti e privilegi. Come se non fosse passato un secolo e mezzo dalle prime affermazioni di quel principio liberale fondante della nostra cultura, Libera Chiesa in Libero Stato, che per me significa che la libertà della Chiesa finisce dove comincia quella dello Stato. Libera Chiesa in Libero Stato, e non viceversa.
Libere le Chiese di costruirsi chiese, a loro spese, di invitare fedeli a pregare San Rocco, Ganesh o il Dio Serpente; liberissime di credere ed esprimere, di esistere e di riunirsi. Ma libero lo Stato di governare, di fare leggi e di imporle; soprattutto libero il cittadino di vivere e morire come meglio gli aggrada, nei limiti delle leggi dello Stato.
Senza anatemi, scomuniche, roghi, cilici, concordati e decime. Amen

DELLE CATEGORIE DEL DIGIUNO


Aspettando che la nonviolenza faccia il suo effetto, il che non è escluso, ci si può dilettare e dialettare sulle numerose categorie del digiuno.
La prima, fondamentale, distinzione, è tra digiuno per mancanza di cibo e digiuno per scelta; il primo è noto anche come “la fame nel mondo”, patologia sociale per la quale muoiono ogni giorno molte più persone di quante ne siano morte l’11 settembre, senza che a nessuno importi un accidente.
Il digiuno per scelta può essere anche quello una patologia, nel qual caso è chiamato anoressia e riguarda, con le dovute eccezioni, giovani donne con il frigorifero pieno.
Esiste poi il digiuno purificatore, in genere periodico e connesso con terapie spirituali: si spazia dai quaranta giorni nel deserto di Gesù Nazareno a varie pratiche induiste fino ad arrivare alle moderne teorie new age; negli ultimi anni, per esempio, una signora australiana, Jasmuheen, affermando di nutrirsi di luce da una decina di anni, ha messo in piedi una setta, un metodo e ha venduto migliaia di copie dei suoi libri, nei quali afferma che il desiderio di mangiare non ci appartiene originariamente ma fa parte di un programma alieno che è stato installato nelle nostre menti per meglio dominarci.
Se il digiuno diventa sciopero della fame, siamo in presenza di un digiuno politico.
Quando Gandhi nei primi decenni del novecento iniziò a sperimentare l’uso di armi nonviolente a fini politici, possedeva già una vasta esperienza in digiuni purificatori; strettamente vegetariano, frugale al limite con l’ascesi, avrebbe considerato la quantità di latte che si assume con tre cappuccini non un digiuno ma una alimentazione più che sufficiente; per non parlare del caffè in essi contenuto, sostanza che nei precetti indù è “tamasica”, cioè pesante, impura, tossica.
Il digiuno nella tradizione gandhiana è come un naturale presupposto che accompagna e facilita l’uso delle altri armi spirituali, ahimsa, satyagraha ecc.
I grandi successi che Gandhi ottenne con le sue armi nonviolente, dovuti certamente alla forza della verità, ma anche alla sua grande anima, hanno spinto all’emulazione decine di persone.
Fra queste, il nostro ( e se “nostro” non vi piace dirò “mio” ) grande maestro Marco Pannella, l’unico vero politico patafisico che la storia del nostro secolo ci ha donato.
( Se non sapete che cosa è la patafisica posso accennare che trattasi di un movimento filosofico e artistico creato nei primi anni del 1900 da Alfred Jarry; la definizione da lui ideata inizia così: La Patafisica è la scienza delle soluzioni immaginarie… ).
Nelle mani e nella mente di Pannella l’arma spirituale nonviolenta gandhiana si trasforma, si arrichisce, contamina e viene contaminata. Sciopero della fame, sciopero della sete, autoriduzione dei farmaci, sciopero della fame collettivo, sciopero della fame di massa, sciopero della fame a staffetta, sciopero per ora della fame, sciopero della fame a oltranza; nel quale si rischia, è bene ricordarlo, non la morte ma la vita. Che differenza fa? Provare per credere!
Capita spesso che i digiunanti radicali, oltre a patire la fame e l’offesa inferta alle viscere da tre cappuccini di bar su uno stomaco vuoto da giorni, debbano sopportare gli ingiuriosi strali che altri compagni radicali, non convinti della bontà della loro azione, dedicano loro; battutine acide, dubbi infamanti, diatribe oziose; basta farsi un giro sul forum di radicali.it per rendersene conto.
La critica interna radicale all’arma nonviolenta del digiuno non ha mai prodotto, che io ricordi, interventi ragionati e strutturati, parlati o scritti che siano. Questo, a me che come digiunante sono all’accanita ricerca di un dialogo con l’avversario, dispiace, e questo vuol esser anche un invito a farsi avanti.
Concludendo: i digiuni possono essere vari e di vario tipo, ma di Pannella, come della mamma, per fortuna o disgrazia che sia, ce ne è uno solo!

29 aprile 2007

... vorrei che tu, Lapo ed io ...



CRONACHE RADICALI
… vorrei che tu, Lapo ed io …
di Claudia Sterzi

Ognuno ha il Lapo che si merita; a Firenze ci s’ha i’ pPistelli, bel signore con gli occhi azzurri, ben nato e ancor meglio vissuto, amico della gente giusta, insomma un vero mito.
In politica fin da quando era sulle ginocchia della mamma, oltre a parlare le lingue e a saper distinguere al primo sguardo una forchetta da dessert da una da pesce, scrive, e quando scrive un libro per presentarlo si scomodano fior di professori universitari che stendono rossi tappetini sotto i suoi piedi con lancio di fiori rari; di che partito è Lapo? Ma naturalmente del partito giusto, quello che domina in toscana ormai da 50 e passa lunghi anni, quello che occupa la parte sinistra della navata, detto un tempo cattocomunista ed oggi tornato democratico ma cristiano.
Bene, con i soldi pubblici Lapo fa ciò che vuole, perché sono suoi per destino: qui in toscana la libera circolazione delle élites è roba dimenticata ormai da così tanto che per disseppellirla non basterebbe la rivoluzione dei ciompi né la congiura dei pazzi.
Ogni tanto Lapo si può anche permettere di fare cose apparentemente insensate, come invitare un radicale a parlare di eutanasia; d’altronde voci di corridoio lo danno in corsa per sindaco al posto di Venerdì ( simpatico soprannome popolare dell’attuale sindaco ), e per i democratici ma vaticani si sa che il fine giustifica i mezzi.
Così Lapo invita, anzi fa invitare da una delle sue associazioni, INPUT ( sottotitolo PENSIERO PANORAMICO ), Marco Cappato, europarlamentare radicale d.o.c., segretario dell’associazione Luca Coscioni; siccome i democratici ma talebani oltre che nella gestione dei fini e dei mezzi sono maestri dell’arte di lanciare il sasso e nascondere la mano, organizza un dibattito sull’eutanasia ma lo chiama presentazione di un libro sul coma vegetativo, invita un radicale ma non reclamizza l’incontro, riceve gli ospiti ma poi scappa in tutt’altre faccende sfaccendato.
Insomma, la solita trappola politica metropolitana.
Il libro che si presenta, venerdì scorso 27 aprile, si intitola: “Terry Schiavo, l’umano nascosto”, scritto da un medico che a Bergamo dirige da otto anni un reparto di pazienti in coma vegetativo persistente; invitati l’autore, Giovan Battista Guizzetti, Marco Cappato, modera Franco Bomprezzi, capo redattore di AGR, Agenzia Radio. Sottotitolo della presentazione: “tempo di vivere tempo di morire”, dal sapore appena vagamente biblico, spiegato dall’introduttore come titolo del libro di Remarque, che in realtà parla di guerra e non di scelte di fine vita.
Visto che l’autore è in grave ritardo per colpa di un incidente sull’A1, il pubblico inizia a rumoreggiare e il dibattito inizia senza di lui: introduzione, presentazione del libro da parte del moderatore.
Il libro parla di domande ineludibili, per chi ha solidi valori cattolici, mentre sembra che le domande chi non ha valori cattolici non se le ponga affatto; di atteggiamenti utilitaristici per cui si teme che la persona umana sia rispettabile entità fino a che funziona, per divenire in caso contrario un peso se non un costo, fino ad arrivare al rischio di favorire un meccanismo “eugenetico”, che a me sembrava significasse un’altra cosa, ma ci sta bene per far capire fin dall’inizio dove si andrà a parare.
Meno male che Cappato nella trappola non casca, ma con bella calma tratta dell’aspetto legislativo, di elementi che uniscono la cultura laica radicale a quella religiosa, con citazione en passant della presenza in sala della sottoscritta digiunatrice impegnata in una battaglia nonviolenta per la moratoria della pena di morte; del fatto che coloro che hanno partecipato alla doverosa, costituzionale interruzione di terapia su volontà espressa di Piero Welby sono passibili e stanno passando un procedimento penale che potrebbe portarli in carcere per quattordici lunghi anni; con altrettanta bella calma tratta dell’aspetto politico, di come una regolamentazione sia necessaria per dotare di criteri, regole, verifiche sulle reali volontà; dell’eutanasia clandestina, che nella clandestinità ospita, quella sì, rischi di distinzioni arbitrarie e utilitaristiche da parte di parenti e medici.
Insomma, i classici argomenti radicali: rispetto della volontà dell’individuo chiaramente espressa, legalizzazione dei fenomeni sociali clandestini.
Ma ecco arriva l’autore, che per cominciare azzarda un ardito parallelo fra i pazienti in coma vegetativo e gli embrioni umani, fra interruzione di terapia e aborto terapeutico; prosegue con la condanna preventiva di chi ha attuato l’interruzione di terapia su Piero Welby, che secondo lui è ben giusto che passi processo e anzi dovrebbe andare in carcere, perché un medico può non cominciare ma non può sospendere un “trattamento proporzionato” ( si immagina che sulla proporzione del trattamento il dottor Guizzetti consideri la classe medica come giudice assoluto ). Non contento, premette di non essere un filosofo ma divide le visioni del mondo in una dicotomia fra chi ( buono ) considera l’individuo come parte di un mondo di relazioni e chi ( cattivo ) lo concepisce come espressione di una autonomia esasperata; dulcis in fundo, il paragone tra la volontà di non più soffrire di Welby e la volontà suicida del dirigente sportivo Pessotto; staccare il respiratore, dice, è come non chiamare l’ambulanza per un suicida.
Cappato pacatamente contesta i paralleli del dottor Guizzetti, nella pervicace ricerca di un terreno di mediazione per una normativa condivisa, cosa che a mio modesto avviso sarà dura da realizzare.
Potevamo forse farci mancare l’anziano professore di diritto che estende il parallelo tra eutanasia e aborto agli esperimenti nazisti e la signora che dal fondo della sala urla : “Assassini, assassini!”?; no, infatti li abbiamo avuti entrambi.

22 aprile 2007

RE PIERO E GLI EMBRIONI UMANI






Da radicale, una cosa mi è rimasta in mente di tutto il discorso conclusivo di re Piero ( Fassino ).
E’ stata l’ elegante frase con la quale ha liquidato la libertà di ricerca scientifica: non ammetteremo mai, ha detto, che si possano “manipolare degli embrioni umani”.
Da autentico rappresentante del popolo borghese e ignorante ha dimostrato di non sapere di che cosa parlava.
Intanto gli embrioni umani vengono già manipolati, con il consenso del parlamento tutto che ha votato la sciagurata legge sulla fecondazione medicalmente assistita e la altrettanto sciagurata legge sull’interruzione volontaria di gravidanza. Sciagurate perché incomplete, proibizioniste e limitate.
Quindi secondo il lungimirante sovrano della nuova sinistra non più sinistra gli embrioni umani si possono creare, uccidere, gettare fra i rifiuti ospedalieri, congelare, impiantare ma non, dio ne guardi, manipolare.
“Manipolare degli embrioni umani” è stata una definizione inesatta ad effetto, che è servita solo a lanciare un messaggio anti-radicale, cardinalizio ed anche un po’ demagogico alla folla festante del mandela forum.
Una ripetizione della squallida diatriba sul nome di Luca Coscioni nelle liste elettorali e sull’ospitalità negata.
Certo, Re Piero e i suoi sudditi sono laici, laicissimi, anche se fanno una gran confusione sul significato dei termini; ho sentito un intervento di una delegata nel quale si confondeva l’essere laici con l’essere relativisti, che è confusione non da poco.
Ma laico, ha pontificato Amato, non vuol dire il vuoto assoluto ( di che? ); ma libera chiesa in libero stato, ha precisato Prodi, vuol dire anche se non soprattutto libertà di fedeltà alla propria chiesa.
La conclusione è che si possono manipolare le parole, la democrazia, le coscienze e il consenso, ma, per carità divina, non gli embrioni!
E soprattutto deve essere chiaro ai radicali che la porta del partito democratico è chiusa a Luca Coscioni, così come chiuse sono rimaste le porte delle chiese alle spoglie mortali di Piero Welby.
Grazie Piero, non avevamo dubbi già fin da prima.
Ciliegina sulla torta: nelle interviste alla fine del congresso a Re Piero è stato domandato se ricordava che Marco Pannella gli aveva proposto di fondare il partito democratico già qualche anno fa.
In verità in verità vi dico, ha risposto: c’è un tempo per ogni cosa, e questo è il tempo giusto, quello di Pannella non lo era.
Essere padroni del vapore non basta più; Re Piero è padrone anche del tempo e degli embrioni.

17 aprile 2007

à la mort subite


ALLA MORTE ISTANTANEA
per una morte senza pena e contro la pena di morte.
di Claudia Sterzi

Alla morte istantanea (o improvvisa, lo so, ma mi piace più istantanea, come le foto e come il caffé :) è il nome, in francese, à la mort subite, di un simpatico locale di Brussels dove ho trascorso, insieme a quattro compagni radicali, due donne ascolane e due uomini torinesi, una sera di mezzo inverno.
Negli stessi giorni la battaglia per il diritto ad una morte senza pena, per Welby e per tutti, era nel suo pieno svolgimento; eravamo a Bruxelles per assistere alla riunione del Consiglio Generale del PRT, Partito Radicale Transnazionale, tappa formalmente necessaria per poter convocare un congresso e dare il via alla deibernazione del Partito; oltre che per sostenere l'appello mondiale di Marco Pannella per la pace, con l'ingresso di Israele e Turchia nell'Unione Europea ( a questo proposito, ho sentito a Radio Radicale il nostro ministro agli esteri prefigurare un ingresso di Israele, Palestina e Giordania; così, mi sembra, si dice tanto, ma si rischia, poi, di fare poco ).
Il pomeriggio era passato nell'ascolto di una serie incommensurabile di orrori raccontati da popoli che ancora oggi sopravvivono oppressi da feroci dittature, quali i vietnamiti, i ceceni, gli uiguri, i montagnards e tutta la teoria di coloro ai quali non solo è negato il diritto ad una morte senza pena, ma anche imposta la pena di morte e di tortura a volte senza alcun motivo, a volte con motivazioni come quella di aver scritto su uno striscione "libertà e democrazia".
Per queste ragioni il nome del locale ci ha subito attratto; del resto, era pieno.
Nell' appello si dice che dove c'è più democrazia, giustizia e libertà, ci sono meno guerre; si potrebbe obiettare che i paesi democratici le guerre non le fanno più a casa loro, ma le vanno a fare in trasferta; è più vero che non c'è pace senza giustizia, anche se la giustizia si fa interpretare non sempre con certezza. Resta la libertà, altro concetto discusso per via dei limiti che ogni libertà individuale incontra quando si misura con la libertà di tutti.
Ma da qualche parte bisogna pur cominciare; la moratoria per sospendere le esecuzioni capitali in tutto il mondo è un ottimo punto di partenza per riaffermare il diritto fondamentale di ogni uomo a poter disporre della propria persona. Se veramente si è convinti che decidere della propria morte non appartenga all'uomo, come pontifica il pontefice, sarebbe un peccato anche farsi operare di appendicite, e tutti i medici sarebbero una compagine di senza dio.
E se veramente è così peccaminoso decidere della propria morte, quanto ancor più lo è decidere della morte degli altri, per quanto abbiano peccato? Eppure lo Stato del Vaticano ha abolito la pena di morte solamente nel 1967, e bisogna arrivare al 2001 per vederla cancellata dalla Legge Fondamentale, equivalente vaticano alla Costituzione; del resto abbiamo tutti visto domenica scorsa quanto entusiasmo Ratzinger non ha dimostrato per la marcia contro la pena di morte.
In fondo che cosa è la guerra se non la condanna a morte di una nazione su un' altra?
La proibizione dell' omicidio è una delle poche eccezioni ammissibili alla politica antiproibizionista, almeno fino a che saremo in grado di non sgozzare il vicino di casa perchè fa un runore fastidioso quando cammina. Ma se l'omicidio deve essere proibito, che sia proibito a tutti.
La morte di per sè non può essere nè un diritto nè tantomeno un dovere; della mia morte vorrei poter disporre io, non lo Stato, un medico, un giudice o un prete. Se poi qualcuno, impaurito dalla vecchia con la falce, si vorrà e potrà affidare al buon dio o alle cure della clinica San X, o da lei attratto, si vorrà e potrà buttare in Arno, è anche questo un suo diritto; ma la scelta di che morte morire, almeno quella, sia resa agli uomini.