
2 ottobre 2007
DISUBBIDIENZE CIVILI /2
perchè negarsi un tuffo nel passato, nel 2002, al tempo dei fatti?
due articoli dal vecchio caro disobbedisco
EDITORIALE
La disubbidienza civile del 7.6.2002, in Piazza del Campo a Siena, è stata dedicata alla canapa terapeutica e ad Ennio Boglino; con lui a tutti i malati privati del loro diritto alla libertà di terapia.
Ennio Boglino è un esempio di come la mancanza di regole certe possa essere generata dal proibizionismo, specie se applicato pervicacemente a fenomeni sociali così estesi da essere di massa.
Il fatto che non sia regolamentata razionalmente nelle nostre "civiltà" occidentali la circolazione di erba e di fumo ( centinaia di milioni di consumatori nel mondo ) fa sì che un malato di malattia degenerativa che soffre di dolori, così forti da resistere al trattamento con morfina farmaceutica, non ha accesso nel suo paese al Marinol, farmaco contro il dolore a base di principi attivi estratti dalla canapa, venduto nelle farmacie americane, inglesi, olandesi, ma vietato in Italia; questo è il caso di Ennio Boglino, uno dei tanti radicali che ha reso politico il suo privato dando voce e corpo alla battaglie nonviolente; è il caso di milioni di malati che sono privati della libertà di accesso ad alcune terapie per motivi ideologici, clericali, o commerciali.
Il diritto alla libertà di cura e di ricerca scientifica riguarda da vicino tutti noi, così come, più in generale, il diritto ad uno stato laico che non pretenda di cercare reati là dove non ci sono vittime e di creare vittime di reati inesistenti.
Piazza del Campo, Siena, ore 16: la manifestazione con cessione gratuita di sostanza stupefacente, annunciata dai giornali cittadini anche grazie alle vibrate proteste di Lega e di A.N., inizia con un violento scroscio di pioggia breve ma intenso; a seguire una violenta contestazione di un signore, poi risultato il noto ex fantino "Spillo", che in preda ai fumi dell'alcool, droga legale, comincia ad inveire contro di noi radicali ma viene prontamente allontanato da poliziotti in borghese.
La conferenza stampa di Rita Bernardini, presidenta di radicali Italiani, e di Giulia Simi, coordinatrice radicale di Siena, è ascoltata da: qualche decina di giovani cannabinolanti, qualche tossico, 6 o 7 poliziotti della mobile e della digos in borghese, 6 o 7 giornalisti, qualche turista e passante.
Si parla di mariuana terapeutica, di antiproibizionismo, di droghe-non-droghe, di disubbidienza civile; gli ascoltatori seguono, annuiscono, chiedono il volantino, leggono i cartelli.
Poi inizia la cessione, e in Piazza del Campo si crea un piccolo tumulto; tre o quattro poliziotti si stringono in cerchio intorno a noi ( Rita Bernardini, Giulio Braccini, io che scrivo Claudia Sterzi ), che distribuiamo bustine di carta contenenti in tutto 8 grammi di erba di ottima qualità, come poi certificato dalla perizia tossicologica; gli altri si danno alla caccia dei "riceventi" ( checchè ne dicano le cronache ufficiali, abbiamo distribuito più della metà delle bustine; io, almeno, in questura non ne ho portata nemmeno una ) e, sembra, vola qualche cazzotto; ci dispiace ma noi, disubbidienti civili, non ci prendiamo alcun cazzotto e veniamo fermamente ma molto civilmente scortati in questura dove, nel termine di un'ora e mezzo, riceviamo caffè, fanta, pepsi, perquisizione, dichiarazioni di solidarietà da questore e funzionari e, per finire, regolare verbale.
I giornalisti, considerata la noia delle province, sono raggianti: finalmente a Siena è successo qualcosa! Infatti il giorno dopo il fatto è raccontato, con discreta rilevanza e chiarezza relativamente sufficiente, su Nazione, Tirreno, Giornale della toscana, Corriere di siena, Cittadino di oggi.
Saremo riusciti con ciò a dare una smossa al Consiglio regionale toscano dove la mozione sulla mariuana terapeutica ( già approvata dalle regioni lombardia e basilicata e da altri consigli provinciali e comunali ) giace da qualche settimana ?
E a fare un piccolo passo con la battaglia antiproibizionista nonviolenta? Speriamo!
Claudia Sterzisterzi@iol.it
IO FERMATO CON LA MARIJUANA TERAPEUTICA
Dal GIORNALE DELLA TOSCANA di
sabato 8 giugno 2002
Caro direttore,
ti scrivo dalla questura di Siena, dove mi trovo (sono le ore 17.00) per aver ceduto gratuitamente della marijuana a dei passanti, in piazza del Campo, insieme alla compagna Claudia Sterzi e alla Presidente di Radicali Italiani Rita Bernardini. Claudia e Rita mi redarguiscono sul fatto che si è trattato di una manifestazione per la «legalizzazione della marijuana terapeutica» (« ... e subito! »), e io concordo in pieno, per quanto non disdegni il lato ludico della faccenda. La marijuana, infatti,«migliora il tono dell'umore» (come direbbe un medico), ma soprattutto è di utilità terapeutica in casi di glaucorna, asma, anoressia psichica e terapie intensive, disintossicazione da droghe pesanti, dolori di vario genere e natura (compresi quelli terminali), sintomatologia delle malattie degenerative del sistema nervoso, epilessia e altro ancora.
Ebbene, questa sostanza, che non sarà miracolosa come può far presumere l'elenco di cui sopra, ma che comunque può lenire i dolori di milioni di malati, in Italia è probita, sic et simpliciter, senza nemmeno il banale distinguo fra chi ne fa uso a scopo ricreativo e chi invece ne ha effettivo bisogno (fermo restando che, per un liberale, nessuno può proibire nulla a un terzo nel suo stesso interesse). I cartelli che portavamo al collo, durante la disobbedienza civile, dicevano: «No al dolore, sì alla marijuana terapeutica», e la folla che ci attorniava era ricettiva. C'era un gruppo di ragazzi (palesemente in attesa della distribuzione), che annuivano gravi ai nostri discorsi sulla legalità. C'era una quantità di persone che ci guardavano come se fossimo pazzi («questi vogliono andare in galera»), o forse, tanto per citare Pasolini, come se fossimo «pazzi di libertà». C'erano, naturalmente, dei signori molto discreti e molto attenti, che hanno aspettato che finissimo di esporre le nostre idee ai convenuti per palesarsi nel loro ruolo di poliziotti in borghese. Quando abbiamo compiuto la cessione, gli agenti ci hanno fermato e ci hanno condotto in questura. L'applauso della folla, mentre venivamo civilmente tradotti verso le macchine della polizia, è stata la soddisfazione più grande.
Ma perché siamo stati così matti da farci arrestare? Perché abbiamo deciso di portare scompiglio nella sonnolente Siena in cui (ci dice un giornalista) «non succede mai nulla»? Prima di tutto bisogna ricordare che questa non è la prima disobbedienza civile per la legalizzazione delle droghe leggere organizzata dai radicali. Senza mettersi a riproporre tutta la pappardella sulla «continuità radicale» in questo campo (dal '76 in poi), vorrei solo ricordare che negli ultimi giorni atti di questo tipo ne abbiamo compiuti a Roma e in Basilicata. A Roma siamo stati costretti a denunciare la questura locale per omissione di atti d'ufficio: nonostante li avessimo avvertiti, nessun agente si è presentato sul luogo del delitto. Il fatto è che amiamo tanto la legalità da disobbedirle quando è il caso, pretendendo in ogni caso il suo rispetto da parte delle forze dell'ordine. Perché le squadre mobili di tutta Italia son costrette a perdersi dietro a ragazzini che si fanno le canne (e la marijuana non ha mai, dico mai, ucciso nessuno) piuttosto che perseguire reati più seri. Perché vogliamo discutere nella sede competente, l'aula di un tribunale, della costituzionalità (o meno) di una legge proibizionista peraltro impossibile da far rispettare. Una cosa a cui tengo moltissimo: noi non agiamo come certi sedicenti «disobbedienti», quale il famìgerato Casarini, che prima infrangono la legge e poi piagnucolano di essere stati inquisiti. Noi pretendiamo che la legalità segua il suo corso, vogliamo cambiarla dall'intemo e in modo nonviolento. In questo momento io, Claudia e Rita, stiamo aspettando che i laboratori della locale polizia accertino che quel che abbiamo distribuito era davvero marijuana. Quando verremo rilasciati, ci batteremo perché il processo abbia luogo, sperando che stavolta ne venga fuori un verdetto minimamente coerente: nei casi precedenti, infatti, siamo stati a volte assolti «per l'alto valore morale dell'atto», altre condannati, per lo stesso identico reato; il tutto alla faccia della certezza del diritto. Intanto, gli stessi agenti che ci hanno portato qua in questura ci esprimono solidarietà, in alcuni casi ci dànno ragione al cento per cento. «Vi abbiamo fermato perché è nostro dovere far rispettare la legge». E uno di loro ci racconta di come suo padre sia morto di cancro, fra atroci sofferenze, senza poter lenire il dolore con farmaci insensatamente proibiti. Mentre lo stesso questore, Salvatore Festa, ci viene a trovare un attimo e saluta le signore con perfetto baciamano. Un grazie a loro, a quanti vorranno unirsi a noi (e a loro) in questa lotta per la legalità, e a lei, caro direttore, per l'attenzione.
Giulio Braccini
due articoli dal vecchio caro disobbedisco
EDITORIALE
La disubbidienza civile del 7.6.2002, in Piazza del Campo a Siena, è stata dedicata alla canapa terapeutica e ad Ennio Boglino; con lui a tutti i malati privati del loro diritto alla libertà di terapia.
Ennio Boglino è un esempio di come la mancanza di regole certe possa essere generata dal proibizionismo, specie se applicato pervicacemente a fenomeni sociali così estesi da essere di massa.
Il fatto che non sia regolamentata razionalmente nelle nostre "civiltà" occidentali la circolazione di erba e di fumo ( centinaia di milioni di consumatori nel mondo ) fa sì che un malato di malattia degenerativa che soffre di dolori, così forti da resistere al trattamento con morfina farmaceutica, non ha accesso nel suo paese al Marinol, farmaco contro il dolore a base di principi attivi estratti dalla canapa, venduto nelle farmacie americane, inglesi, olandesi, ma vietato in Italia; questo è il caso di Ennio Boglino, uno dei tanti radicali che ha reso politico il suo privato dando voce e corpo alla battaglie nonviolente; è il caso di milioni di malati che sono privati della libertà di accesso ad alcune terapie per motivi ideologici, clericali, o commerciali.
Il diritto alla libertà di cura e di ricerca scientifica riguarda da vicino tutti noi, così come, più in generale, il diritto ad uno stato laico che non pretenda di cercare reati là dove non ci sono vittime e di creare vittime di reati inesistenti.
Piazza del Campo, Siena, ore 16: la manifestazione con cessione gratuita di sostanza stupefacente, annunciata dai giornali cittadini anche grazie alle vibrate proteste di Lega e di A.N., inizia con un violento scroscio di pioggia breve ma intenso; a seguire una violenta contestazione di un signore, poi risultato il noto ex fantino "Spillo", che in preda ai fumi dell'alcool, droga legale, comincia ad inveire contro di noi radicali ma viene prontamente allontanato da poliziotti in borghese.
La conferenza stampa di Rita Bernardini, presidenta di radicali Italiani, e di Giulia Simi, coordinatrice radicale di Siena, è ascoltata da: qualche decina di giovani cannabinolanti, qualche tossico, 6 o 7 poliziotti della mobile e della digos in borghese, 6 o 7 giornalisti, qualche turista e passante.
Si parla di mariuana terapeutica, di antiproibizionismo, di droghe-non-droghe, di disubbidienza civile; gli ascoltatori seguono, annuiscono, chiedono il volantino, leggono i cartelli.
Poi inizia la cessione, e in Piazza del Campo si crea un piccolo tumulto; tre o quattro poliziotti si stringono in cerchio intorno a noi ( Rita Bernardini, Giulio Braccini, io che scrivo Claudia Sterzi ), che distribuiamo bustine di carta contenenti in tutto 8 grammi di erba di ottima qualità, come poi certificato dalla perizia tossicologica; gli altri si danno alla caccia dei "riceventi" ( checchè ne dicano le cronache ufficiali, abbiamo distribuito più della metà delle bustine; io, almeno, in questura non ne ho portata nemmeno una ) e, sembra, vola qualche cazzotto; ci dispiace ma noi, disubbidienti civili, non ci prendiamo alcun cazzotto e veniamo fermamente ma molto civilmente scortati in questura dove, nel termine di un'ora e mezzo, riceviamo caffè, fanta, pepsi, perquisizione, dichiarazioni di solidarietà da questore e funzionari e, per finire, regolare verbale.
I giornalisti, considerata la noia delle province, sono raggianti: finalmente a Siena è successo qualcosa! Infatti il giorno dopo il fatto è raccontato, con discreta rilevanza e chiarezza relativamente sufficiente, su Nazione, Tirreno, Giornale della toscana, Corriere di siena, Cittadino di oggi.
Saremo riusciti con ciò a dare una smossa al Consiglio regionale toscano dove la mozione sulla mariuana terapeutica ( già approvata dalle regioni lombardia e basilicata e da altri consigli provinciali e comunali ) giace da qualche settimana ?
E a fare un piccolo passo con la battaglia antiproibizionista nonviolenta? Speriamo!
Claudia Sterzisterzi@iol.it
IO FERMATO CON LA MARIJUANA TERAPEUTICA
Dal GIORNALE DELLA TOSCANA di
sabato 8 giugno 2002
Caro direttore,
ti scrivo dalla questura di Siena, dove mi trovo (sono le ore 17.00) per aver ceduto gratuitamente della marijuana a dei passanti, in piazza del Campo, insieme alla compagna Claudia Sterzi e alla Presidente di Radicali Italiani Rita Bernardini. Claudia e Rita mi redarguiscono sul fatto che si è trattato di una manifestazione per la «legalizzazione della marijuana terapeutica» (« ... e subito! »), e io concordo in pieno, per quanto non disdegni il lato ludico della faccenda. La marijuana, infatti,«migliora il tono dell'umore» (come direbbe un medico), ma soprattutto è di utilità terapeutica in casi di glaucorna, asma, anoressia psichica e terapie intensive, disintossicazione da droghe pesanti, dolori di vario genere e natura (compresi quelli terminali), sintomatologia delle malattie degenerative del sistema nervoso, epilessia e altro ancora.
Ebbene, questa sostanza, che non sarà miracolosa come può far presumere l'elenco di cui sopra, ma che comunque può lenire i dolori di milioni di malati, in Italia è probita, sic et simpliciter, senza nemmeno il banale distinguo fra chi ne fa uso a scopo ricreativo e chi invece ne ha effettivo bisogno (fermo restando che, per un liberale, nessuno può proibire nulla a un terzo nel suo stesso interesse). I cartelli che portavamo al collo, durante la disobbedienza civile, dicevano: «No al dolore, sì alla marijuana terapeutica», e la folla che ci attorniava era ricettiva. C'era un gruppo di ragazzi (palesemente in attesa della distribuzione), che annuivano gravi ai nostri discorsi sulla legalità. C'era una quantità di persone che ci guardavano come se fossimo pazzi («questi vogliono andare in galera»), o forse, tanto per citare Pasolini, come se fossimo «pazzi di libertà». C'erano, naturalmente, dei signori molto discreti e molto attenti, che hanno aspettato che finissimo di esporre le nostre idee ai convenuti per palesarsi nel loro ruolo di poliziotti in borghese. Quando abbiamo compiuto la cessione, gli agenti ci hanno fermato e ci hanno condotto in questura. L'applauso della folla, mentre venivamo civilmente tradotti verso le macchine della polizia, è stata la soddisfazione più grande.
Ma perché siamo stati così matti da farci arrestare? Perché abbiamo deciso di portare scompiglio nella sonnolente Siena in cui (ci dice un giornalista) «non succede mai nulla»? Prima di tutto bisogna ricordare che questa non è la prima disobbedienza civile per la legalizzazione delle droghe leggere organizzata dai radicali. Senza mettersi a riproporre tutta la pappardella sulla «continuità radicale» in questo campo (dal '76 in poi), vorrei solo ricordare che negli ultimi giorni atti di questo tipo ne abbiamo compiuti a Roma e in Basilicata. A Roma siamo stati costretti a denunciare la questura locale per omissione di atti d'ufficio: nonostante li avessimo avvertiti, nessun agente si è presentato sul luogo del delitto. Il fatto è che amiamo tanto la legalità da disobbedirle quando è il caso, pretendendo in ogni caso il suo rispetto da parte delle forze dell'ordine. Perché le squadre mobili di tutta Italia son costrette a perdersi dietro a ragazzini che si fanno le canne (e la marijuana non ha mai, dico mai, ucciso nessuno) piuttosto che perseguire reati più seri. Perché vogliamo discutere nella sede competente, l'aula di un tribunale, della costituzionalità (o meno) di una legge proibizionista peraltro impossibile da far rispettare. Una cosa a cui tengo moltissimo: noi non agiamo come certi sedicenti «disobbedienti», quale il famìgerato Casarini, che prima infrangono la legge e poi piagnucolano di essere stati inquisiti. Noi pretendiamo che la legalità segua il suo corso, vogliamo cambiarla dall'intemo e in modo nonviolento. In questo momento io, Claudia e Rita, stiamo aspettando che i laboratori della locale polizia accertino che quel che abbiamo distribuito era davvero marijuana. Quando verremo rilasciati, ci batteremo perché il processo abbia luogo, sperando che stavolta ne venga fuori un verdetto minimamente coerente: nei casi precedenti, infatti, siamo stati a volte assolti «per l'alto valore morale dell'atto», altre condannati, per lo stesso identico reato; il tutto alla faccia della certezza del diritto. Intanto, gli stessi agenti che ci hanno portato qua in questura ci esprimono solidarietà, in alcuni casi ci dànno ragione al cento per cento. «Vi abbiamo fermato perché è nostro dovere far rispettare la legge». E uno di loro ci racconta di come suo padre sia morto di cancro, fra atroci sofferenze, senza poter lenire il dolore con farmaci insensatamente proibiti. Mentre lo stesso questore, Salvatore Festa, ci viene a trovare un attimo e saluta le signore con perfetto baciamano. Un grazie a loro, a quanti vorranno unirsi a noi (e a loro) in questa lotta per la legalità, e a lei, caro direttore, per l'attenzione.
Giulio Braccini
DISUBBIDIENZE CIVILI / 1
Bernardini sotto processo: domani il Tribunale di Siena deciderà la sorte della Segretaria di Radicali Italiani e di altri due militanti
a cinque anni di distanza dall’atto di disobbedienza civile in Piazza del Campo
2 ottobre 2007
Era il 7 giugno di cinque anni fa quando Rita Bernardini, Claudia Sterzi e Giulio Braccini venivano fermati per aver distribuito piccole dosi di marijuana nella piazza del palio a Siena. Quella disobbedienza civile, in particolare, aveva come obiettivo la legalizzazione della marijuana terapeutica utile per contrastare la nausea e il vomito provocato dai farmaci chemioterapici e lo stato di inappetenza nei malati di AIDS, oltre che agli spasmi provocati dalla sclerosi multipla e per curare il glaucoma.
“Le leggi italiane continuano ad avere l’impronta di uno Stato proibizionista – afferma alla vigilia del processo Rita Bernardini - che però ipocritamente incassa i proventi di altre droghe come le sigarette e i superalcolici per non parlare degli psicofarmaci prescritti a go-gò a milioni di italiani da medici generici e persino pediatri.”
La Segretaria di Radicali Italiani, che domani verrà processata dal Tribunale di Siena per aver distribuito marijuana in Piazza del Campo, non ritratta anzi insiste: “Sono anni, ormai, che i radicali si battono per la legalizzazione delle droghe, non solo per evitare spaccio e delinquenza, ma anche per snellire il sistema giudiziario da un’interminabile serie di processi. Basti pensare che i fatti di cui verrò accusata domani sono accaduti nel 2002!” Come la Segretaria, così anche gran parte del gruppo dirigente radicale, a cominciare dal leader Marco Pannella, ha subito nel corso degli anni di militanza condanne e processi per atti di disobbedienza civile, finendo in alcuni casi anche in galera (Pannella, Cappato, Luigi Del Gatto).
Ricordiamo che le disobbedienze civili dei radicali italiani per cambiare la legislazione vigente sulla droga, hanno coinvolto, dal 1995 ad oggi 43 persone. Di queste, 14 sono state condannate in via definitiva, 17 assolte in via definitiva, 8 sottoposte a misure di restrizione delle libertà personali, 9 hanno tuttora procedimenti in corso. In seguito alle sentenze definitive, 13 persone non possono più candidarsi alle elezioni regionali, provinciali, comunali.
a cinque anni di distanza dall’atto di disobbedienza civile in Piazza del Campo
2 ottobre 2007
Era il 7 giugno di cinque anni fa quando Rita Bernardini, Claudia Sterzi e Giulio Braccini venivano fermati per aver distribuito piccole dosi di marijuana nella piazza del palio a Siena. Quella disobbedienza civile, in particolare, aveva come obiettivo la legalizzazione della marijuana terapeutica utile per contrastare la nausea e il vomito provocato dai farmaci chemioterapici e lo stato di inappetenza nei malati di AIDS, oltre che agli spasmi provocati dalla sclerosi multipla e per curare il glaucoma.
“Le leggi italiane continuano ad avere l’impronta di uno Stato proibizionista – afferma alla vigilia del processo Rita Bernardini - che però ipocritamente incassa i proventi di altre droghe come le sigarette e i superalcolici per non parlare degli psicofarmaci prescritti a go-gò a milioni di italiani da medici generici e persino pediatri.”
La Segretaria di Radicali Italiani, che domani verrà processata dal Tribunale di Siena per aver distribuito marijuana in Piazza del Campo, non ritratta anzi insiste: “Sono anni, ormai, che i radicali si battono per la legalizzazione delle droghe, non solo per evitare spaccio e delinquenza, ma anche per snellire il sistema giudiziario da un’interminabile serie di processi. Basti pensare che i fatti di cui verrò accusata domani sono accaduti nel 2002!” Come la Segretaria, così anche gran parte del gruppo dirigente radicale, a cominciare dal leader Marco Pannella, ha subito nel corso degli anni di militanza condanne e processi per atti di disobbedienza civile, finendo in alcuni casi anche in galera (Pannella, Cappato, Luigi Del Gatto).
Ricordiamo che le disobbedienze civili dei radicali italiani per cambiare la legislazione vigente sulla droga, hanno coinvolto, dal 1995 ad oggi 43 persone. Di queste, 14 sono state condannate in via definitiva, 17 assolte in via definitiva, 8 sottoposte a misure di restrizione delle libertà personali, 9 hanno tuttora procedimenti in corso. In seguito alle sentenze definitive, 13 persone non possono più candidarsi alle elezioni regionali, provinciali, comunali.
28 settembre 2007
DIRITTI DELLE DONNE ED EMANCIPAZIONE DEI POPOLI

Vedo scorrere in televisione le immagini che in questi giorni focalizzano la nostra attenzione lì, dove centinaia di monaci scalzi conducono una azione nonviolenta destinata alla repressione. Che cosa sappiamo della Birmania?
Non avevo mai notato un grande interesse per la Birmania; non ricordo notizie, informazioni, documentari; sono i birmani che sono riusciti a attrarre la nostra attenzione. Però un’ associazione mi frullava nel cervello, qualcosa che non riuscivo a mettere a fuoco, ma aveva a che fare con la crudeltà e con i diritti delle donne.
Poi mi sono ricordata, e ancora una volta ho compreso gli effetti miracolosi della rimozione sociale, perché certe cose è meglio scordarle.
Durante i due anni passati a studiare, per una tesi in sociologia dei processi culturali, il fenomeno delle mutilazioni genitali femminili, mi sono occupata, per una comparazione antropologica, di altre forme di violenza estrema sulle donne; gli esempi non mi sono mancati, dalle donne pakistane sfigurate con l’acido da mariti un po’ nervosi alle ragazze giordane bruciate vive da zii e cognati perché disonorate.
Fra ciò che si può perdonare a Mao Tze Dong ( o Tung come usava prima ) c’è certamente la incisiva eradicazione della mutilazione e deformazione dei piedi delle bambine, pratica durata per due millenni; la stessa cosa non si può dire del governo birmano, che ha trasformato le donne giraffa in una attrazione turistica e occasione di lavoro.
Le donne Padaung, Birmania, fino dai 5 anni vengono forzate all’ allungamento del collo a dismisura con l’ uso di una serie di magnifici anelli di ottone aggiunti con il passare degli anni, fino a 30 cm. di lunghezza e una dozzina di chili. La simpatica tradizione, descritta nei pieghevoli pubblicitari e nelle pagine web delle agenzie di viaggi, simboleggia l’assoluto dominio dell’ uomo sulla donna; un marito geloso e furibondo può segare e togliere gli anelli alla donna sospettata di adulterio, condannata a morte certa per soffocamento perché la trachea liberata dal sostegno artificiale non è più in grado di sostenere il peso e i muscoli del collo dopo tanti anni sono atrofizzati. Oggi è uno dei pochi lavori che una donna Padaung può fare: la donna giraffa per i turisti. Da tutto il mondo occidentale migliaia di viaggiatori non mancano di includere nei tour del sud est asiatico una visita nei villaggi Padaung dove migliaia di foto vengono scattate e riportate in patria per farle vedere agli amici.
Senza correre a facili e banali conclusioni, si può osservare che là dove i diritti delle donne sono calpestati vergognosamente nel silenzio di tutti il livello di violenza e autoritarismo è alto; non è un facile determinismo, ma un fatto sociale, che i diritti delle donne e dei minori e perché no? degli animali vanno insieme ai diritti umani in generale.
E’ inutile e controproducente rimuovere, nella falsa emancipazione occidentale, lo stato penoso dei diritti delle donne e dei bambini in gran parte del mondo. L’ indifferenza oltre a non aiutare nessuno genera mostri sociali, come questa giunta birmana che coperta da cina e russia concede a malapena e obtorto collo, è il caso di dire, l’ingresso a un inviato onu.
Non avevo mai notato un grande interesse per la Birmania; non ricordo notizie, informazioni, documentari; sono i birmani che sono riusciti a attrarre la nostra attenzione. Però un’ associazione mi frullava nel cervello, qualcosa che non riuscivo a mettere a fuoco, ma aveva a che fare con la crudeltà e con i diritti delle donne.
Poi mi sono ricordata, e ancora una volta ho compreso gli effetti miracolosi della rimozione sociale, perché certe cose è meglio scordarle.
Durante i due anni passati a studiare, per una tesi in sociologia dei processi culturali, il fenomeno delle mutilazioni genitali femminili, mi sono occupata, per una comparazione antropologica, di altre forme di violenza estrema sulle donne; gli esempi non mi sono mancati, dalle donne pakistane sfigurate con l’acido da mariti un po’ nervosi alle ragazze giordane bruciate vive da zii e cognati perché disonorate.
Fra ciò che si può perdonare a Mao Tze Dong ( o Tung come usava prima ) c’è certamente la incisiva eradicazione della mutilazione e deformazione dei piedi delle bambine, pratica durata per due millenni; la stessa cosa non si può dire del governo birmano, che ha trasformato le donne giraffa in una attrazione turistica e occasione di lavoro.
Le donne Padaung, Birmania, fino dai 5 anni vengono forzate all’ allungamento del collo a dismisura con l’ uso di una serie di magnifici anelli di ottone aggiunti con il passare degli anni, fino a 30 cm. di lunghezza e una dozzina di chili. La simpatica tradizione, descritta nei pieghevoli pubblicitari e nelle pagine web delle agenzie di viaggi, simboleggia l’assoluto dominio dell’ uomo sulla donna; un marito geloso e furibondo può segare e togliere gli anelli alla donna sospettata di adulterio, condannata a morte certa per soffocamento perché la trachea liberata dal sostegno artificiale non è più in grado di sostenere il peso e i muscoli del collo dopo tanti anni sono atrofizzati. Oggi è uno dei pochi lavori che una donna Padaung può fare: la donna giraffa per i turisti. Da tutto il mondo occidentale migliaia di viaggiatori non mancano di includere nei tour del sud est asiatico una visita nei villaggi Padaung dove migliaia di foto vengono scattate e riportate in patria per farle vedere agli amici.
Senza correre a facili e banali conclusioni, si può osservare che là dove i diritti delle donne sono calpestati vergognosamente nel silenzio di tutti il livello di violenza e autoritarismo è alto; non è un facile determinismo, ma un fatto sociale, che i diritti delle donne e dei minori e perché no? degli animali vanno insieme ai diritti umani in generale.
E’ inutile e controproducente rimuovere, nella falsa emancipazione occidentale, lo stato penoso dei diritti delle donne e dei bambini in gran parte del mondo. L’ indifferenza oltre a non aiutare nessuno genera mostri sociali, come questa giunta birmana che coperta da cina e russia concede a malapena e obtorto collo, è il caso di dire, l’ingresso a un inviato onu.
27 settembre 2007
festa

oggi si festeggia il testo la data la faccia in maniera totalmente patafisica nonciodimenoche immaginaria
si festeggia gli imbarazzi le passioni l'ombra di ciascuno di noi
i portoghesi i polacchi i birmani
un fritto misto di diritti umani
che cosa è primario che cosa secondario e poi perverso
questo grande grande grande disegno di topor ci sta bene
25 settembre 2007
LUNEDI' SCORSO

ROBA DA PAZZI / Una tranquilla giornata di sciopero della fame
di Claudia Sterzi
Il lunedì mattina mi faccio svegliare dalla Voce: l’insieme di due delle voci maschili da me preferite impastate con l’odore di nicotina che arriva dalla radio ha la magica facoltà di cullarmi nella notte accompagnandomi nei sogni e parimenti di ridestarmi incitata all’azione la mattina presto.
Il primo pensiero non può essere altro che il fatto di essere in digiuno: è una condizione che non sfugge al corpo che per pochi attimi. Da due settimane.
Da oggi di nuovo a oltranza; inutile affannarsi a spiegare che cosa vuole e che cosa non vuole dire l’oltranza. Fatto sta che non si mangia uguale; il digiuno si può anche affrontare con un sorriso e con la gioia di fare una azione reale, quello che con il sorriso non si può affrontare è la nidiata di serpenti che si aggroviglia tutto intorno alla moratoria, con il palese scopo di strangolarla in culla.
Prima l’ eurotauro, cioè la burocrazia europea che non ha ad oggi rivali in lentezza e scarso rendimento effettivo; poi l’ esasperante elefantiasi di tutti coloro che vogliono metterci il cappello sopra e la firma sotto; la Polonia con i suoi simpatici richiami all’eutanasia e all’aborto, che mi ricordano tanto i paralleli tra coppie di fatto e pedofilia, tra aborto e terrorismo; il Portogallo che si impadronisce del “testo che non c’è” e se lo sbertuccia a modo suo. Un manicomio.
Al centro del dibattito politico, secondo il tg3, l’”antipolitica di Beppe Grillo”; “un’ottima idea”, dice Di Pietro, e che altro dovrebbe dire, da bravo poliziotto?
Sul forum radicale inserire notizie sulla moratoria provoca immancabilmente l’intervento dell’ Arpia che scacazza su tutto fuorché su Capezzone.
Certamente una realtà aliena, un forum parolaccia, un luogo dove si sfogano i rancori di tutti coloro che sbagliarono il Partito con la famiglia e viceversa, un manicomio senza pari. C’è addirittura un topic intero sull’interpretazione autentica di che cosa vuol dire Pannella quando invita a rispettare Capezzone conoscendo ciò che fa; proposizione etimologicamente più che corretta, di una chiarezza, più che patente, lampante.
Una realtà aliena, ma non più aliena di quella che vivo, impegnata nel quotidiano sulla moratoria senza che ne parli nessuno se non io.
Sul forum trovo però anche una bella notizia dal compagno Benedetto che da oggi inizia un digiuno indiano purificatorio, in appoggio anche a noi di nuovo oltranzisti; io trovo che se ne sentiva il bisogno e lo ringrazio.
La vita radicale toscana,vista attraverso la mailing list aperta, è a dir poco vivace. Sulla cionesca vicenda dei lavavetri, che solo il Cioni si poteva inventare, in toscana abbiamo avuto ben due iniziative radicali: troppa grazia! Una disubbidienza civile radicale classica sulla legittimità del provvedimento, attuata da Donatella, Brava!, Poretti, e una lettera al Sindaco di Firenze, soprannominato Venerdì e diventato Domenica ( capisco che qui c’è un po’ di ermetismo, ma il pezzetto di cronaca locale è per addetti ). Non ricordo più chi ha dato il via al dibattito, ma i Tamburini dicono che a lavare i vetri non ci sono andati perché non li avevano invitati; di fronte alle garbate frecciatine di Donvito Bau, baciamo le mani, si è sentito inclinato ad intervenire anche il nostro inviato all’ Onu, delegato per il governo della toscana radicale, Sua Reverendissima Grazia e Giustizia Matteo Mecacci, baciamo le mani pure a lui.
Maledetta toscana! Patrimonio dell’ Unesco e di tutti fuorché dei toscani, espressione di eccellenza sia nel bene che nel male; veramente maledetta con il suo governo inamovibile e conseguente blocco globale, con i suoi splendori terminali; con le sue relativamente numerose e floride associazioni radicali, ognuna per se stessa, tutte contro tutte.
Ci mancava solo decideretoscana.net, potevamo farne senza?
Intanto, mi immagino, gli addetti ai “lavori” di apertura dell’ Assemblea Onu, fra pranzi di affari e cene di incontro si stanno mangiando le risorse che noi radicali non abbiamo; stanno bellamente facendo passare tempo, perdendolo, forse solo perché non hanno niente da perdere. O perché pensano che è giusto che la pena di morte ci sia, ma non hanno neanche il coraggio di dirlo e sostenerlo. O perché sono pagati dai produttori di seggiole elettriche. O tutte queste cose insieme, con in più la possibilità che sia anche perché sono proprio ignoranti, e non hanno idea delle procedure necessarie per proporre una risoluzione all’Onu.
Che cosa possiamo fare? Oltre a limitarci a digiunare, autofinanziarci e dialogare con le amministrazioni locali perché firmino appelli e illuminino monumenti.
Che cosa possiamo fare perché i cittadini italiani godano del loro diritto ad una informazione libera e corretta? Non è bastato neanche che sei radicali guastatori occupassero la sede Rai per giorni e notti; forse non dovevano più uscire perché delle belle promesse c’era poco da fidarsi. Forse noi oltranzisti non dovevamo sospendere lo sciopero e morire di fame nel silenzio generale, magari per ferragosto! Anche se ci mettessimo accampati in sciopero della fame permanente davanti ai palazzi del governo si troverebbe il modo di cancellarci.
In tutto questo manicomio globale perché non rallegrarsi delle notizie dalla Cina? Che sia per via delle Olimpiadi, che sia per la necessità di tenere aperto un dialogo con il resto del mondo, il Partito comunista cinese ha dato una svolta formale in direzione contraria alle esecuzioni capitali. Stessa cosa, anche se con altre modalità, in Texas dove pure il governatore si era tanto agitato sul suo diritto di ammazzare chi gli pareva a casa sua.
Alla fine i nemici della moratoria, oltre ai paesi islamici fondamentalisti e produttori di petrolio, sono proprio le resistenze interne al gruppo proponente e sponsor. La moratoria delle esecuzioni capitali è così bella che tutti vogliono poter dire: è figlia mia! E, come nella parabola del re Salomone, sono disposti a farla a pezzi: meglio morta che di un altro!
Per me, la risoluzione può presentarla il Portogallo, il Ruanda, il comune che so? di Radicondoli, può presentarla chi vuole: ma che sia in grado di presentarla all’apertura, come da impegni presi. Non ha forse preso l’impegno il Governo italiano di fronte al suo Parlamento? E il Governo europeo non si è forse impegnato con il suo Parlamento? Che cosa stanno combinando a spese nostre?
La sera i telegiornali scorrono senza lasciare traccia: nel mondo, a sentir loro, non accade nulla. Prodi è sveglio come un grillo, Madonna ha adottato un’ altra bimba e la Seredova è incinta.
Penso ai solitari radicali che digiunano ognuno a casa sua, molti sperduti nelle province italiane, con lo sguardo saldo alla meta della moratoria. A tutti quelli che per la moratoria stanno lavorando in tutto il mondo. Mi appaiono, scusate la retorica, come punti di luce.
di Claudia Sterzi
Il lunedì mattina mi faccio svegliare dalla Voce: l’insieme di due delle voci maschili da me preferite impastate con l’odore di nicotina che arriva dalla radio ha la magica facoltà di cullarmi nella notte accompagnandomi nei sogni e parimenti di ridestarmi incitata all’azione la mattina presto.
Il primo pensiero non può essere altro che il fatto di essere in digiuno: è una condizione che non sfugge al corpo che per pochi attimi. Da due settimane.
Da oggi di nuovo a oltranza; inutile affannarsi a spiegare che cosa vuole e che cosa non vuole dire l’oltranza. Fatto sta che non si mangia uguale; il digiuno si può anche affrontare con un sorriso e con la gioia di fare una azione reale, quello che con il sorriso non si può affrontare è la nidiata di serpenti che si aggroviglia tutto intorno alla moratoria, con il palese scopo di strangolarla in culla.
Prima l’ eurotauro, cioè la burocrazia europea che non ha ad oggi rivali in lentezza e scarso rendimento effettivo; poi l’ esasperante elefantiasi di tutti coloro che vogliono metterci il cappello sopra e la firma sotto; la Polonia con i suoi simpatici richiami all’eutanasia e all’aborto, che mi ricordano tanto i paralleli tra coppie di fatto e pedofilia, tra aborto e terrorismo; il Portogallo che si impadronisce del “testo che non c’è” e se lo sbertuccia a modo suo. Un manicomio.
Al centro del dibattito politico, secondo il tg3, l’”antipolitica di Beppe Grillo”; “un’ottima idea”, dice Di Pietro, e che altro dovrebbe dire, da bravo poliziotto?
Sul forum radicale inserire notizie sulla moratoria provoca immancabilmente l’intervento dell’ Arpia che scacazza su tutto fuorché su Capezzone.
Certamente una realtà aliena, un forum parolaccia, un luogo dove si sfogano i rancori di tutti coloro che sbagliarono il Partito con la famiglia e viceversa, un manicomio senza pari. C’è addirittura un topic intero sull’interpretazione autentica di che cosa vuol dire Pannella quando invita a rispettare Capezzone conoscendo ciò che fa; proposizione etimologicamente più che corretta, di una chiarezza, più che patente, lampante.
Una realtà aliena, ma non più aliena di quella che vivo, impegnata nel quotidiano sulla moratoria senza che ne parli nessuno se non io.
Sul forum trovo però anche una bella notizia dal compagno Benedetto che da oggi inizia un digiuno indiano purificatorio, in appoggio anche a noi di nuovo oltranzisti; io trovo che se ne sentiva il bisogno e lo ringrazio.
La vita radicale toscana,vista attraverso la mailing list aperta, è a dir poco vivace. Sulla cionesca vicenda dei lavavetri, che solo il Cioni si poteva inventare, in toscana abbiamo avuto ben due iniziative radicali: troppa grazia! Una disubbidienza civile radicale classica sulla legittimità del provvedimento, attuata da Donatella, Brava!, Poretti, e una lettera al Sindaco di Firenze, soprannominato Venerdì e diventato Domenica ( capisco che qui c’è un po’ di ermetismo, ma il pezzetto di cronaca locale è per addetti ). Non ricordo più chi ha dato il via al dibattito, ma i Tamburini dicono che a lavare i vetri non ci sono andati perché non li avevano invitati; di fronte alle garbate frecciatine di Donvito Bau, baciamo le mani, si è sentito inclinato ad intervenire anche il nostro inviato all’ Onu, delegato per il governo della toscana radicale, Sua Reverendissima Grazia e Giustizia Matteo Mecacci, baciamo le mani pure a lui.
Maledetta toscana! Patrimonio dell’ Unesco e di tutti fuorché dei toscani, espressione di eccellenza sia nel bene che nel male; veramente maledetta con il suo governo inamovibile e conseguente blocco globale, con i suoi splendori terminali; con le sue relativamente numerose e floride associazioni radicali, ognuna per se stessa, tutte contro tutte.
Ci mancava solo decideretoscana.net, potevamo farne senza?
Intanto, mi immagino, gli addetti ai “lavori” di apertura dell’ Assemblea Onu, fra pranzi di affari e cene di incontro si stanno mangiando le risorse che noi radicali non abbiamo; stanno bellamente facendo passare tempo, perdendolo, forse solo perché non hanno niente da perdere. O perché pensano che è giusto che la pena di morte ci sia, ma non hanno neanche il coraggio di dirlo e sostenerlo. O perché sono pagati dai produttori di seggiole elettriche. O tutte queste cose insieme, con in più la possibilità che sia anche perché sono proprio ignoranti, e non hanno idea delle procedure necessarie per proporre una risoluzione all’Onu.
Che cosa possiamo fare? Oltre a limitarci a digiunare, autofinanziarci e dialogare con le amministrazioni locali perché firmino appelli e illuminino monumenti.
Che cosa possiamo fare perché i cittadini italiani godano del loro diritto ad una informazione libera e corretta? Non è bastato neanche che sei radicali guastatori occupassero la sede Rai per giorni e notti; forse non dovevano più uscire perché delle belle promesse c’era poco da fidarsi. Forse noi oltranzisti non dovevamo sospendere lo sciopero e morire di fame nel silenzio generale, magari per ferragosto! Anche se ci mettessimo accampati in sciopero della fame permanente davanti ai palazzi del governo si troverebbe il modo di cancellarci.
In tutto questo manicomio globale perché non rallegrarsi delle notizie dalla Cina? Che sia per via delle Olimpiadi, che sia per la necessità di tenere aperto un dialogo con il resto del mondo, il Partito comunista cinese ha dato una svolta formale in direzione contraria alle esecuzioni capitali. Stessa cosa, anche se con altre modalità, in Texas dove pure il governatore si era tanto agitato sul suo diritto di ammazzare chi gli pareva a casa sua.
Alla fine i nemici della moratoria, oltre ai paesi islamici fondamentalisti e produttori di petrolio, sono proprio le resistenze interne al gruppo proponente e sponsor. La moratoria delle esecuzioni capitali è così bella che tutti vogliono poter dire: è figlia mia! E, come nella parabola del re Salomone, sono disposti a farla a pezzi: meglio morta che di un altro!
Per me, la risoluzione può presentarla il Portogallo, il Ruanda, il comune che so? di Radicondoli, può presentarla chi vuole: ma che sia in grado di presentarla all’apertura, come da impegni presi. Non ha forse preso l’impegno il Governo italiano di fronte al suo Parlamento? E il Governo europeo non si è forse impegnato con il suo Parlamento? Che cosa stanno combinando a spese nostre?
La sera i telegiornali scorrono senza lasciare traccia: nel mondo, a sentir loro, non accade nulla. Prodi è sveglio come un grillo, Madonna ha adottato un’ altra bimba e la Seredova è incinta.
Penso ai solitari radicali che digiunano ognuno a casa sua, molti sperduti nelle province italiane, con lo sguardo saldo alla meta della moratoria. A tutti quelli che per la moratoria stanno lavorando in tutto il mondo. Mi appaiono, scusate la retorica, come punti di luce.
S.A.R.

CONSULENZA SOCIOLOGICA / Segue fattura
di Claudia Sterzi
La definizione della metodologia nelle scienze sociali è ancora oggetto di discussione; non è possibile applicare alle scienze sociali le stesse teorie di ragionamento scientifico e categorie di esperimento che si applicano alle scienze fisiche.
Ciononostante la ricerca antropologica e sociologica e la comunità scientifica sono andate avanti brancolando un po’ nel buio, dotandosi di temporanee regole di indagine provvisorie, quindi non rigide, ma, facendo esperimento anche di questa esperienza, consolidate da decenni di pratica.
Una delle regole fondamentali della ricerca antropologica ( anche sulla differenza tra antropologia e sociologia il discorso è aperto ) è la cosiddetta osservazione partecipante. Si tratta di mantenere un equilibrio tra il coinvolgimento e il distacco, fra l’ “immersione nel campo” e la “visione oggettiva”, e di saper cogliere anche in se stessi quelle divisioni pregiudiziali del mondo che renderebbero l’osservazione parziale: in linguaggio tecnico, oggettivizzare il soggetto.
Solo una simile disposizione permette di cogliere i fatti sociali nella loro configurazione effettiva; questo concetto viene ripetuto a sfinimento nei corsi universitari, anche se la ripetizione non garantisce la comprensione. E’ in realtà un concetto importante; ha recuperato l’antropologia dalle paludi dell’eurocentrismo e ha aperto alla sociologia la possibilità di proseguire oltre l’analisi di idealtipi.
Così se si vuole indagare sulla rimozione operata dai media nei confronti del popolo radicale, è necessario un certo coinvolgimento, grazie al quale si evita di dire sciocchezze come Franceschini, ( di recente, intervistato a RR, ha sostenuto che Marco Pannella non ha bisogno di visibilità, anzi ne ha anche troppa, dato che tutto ciò che fa lo fa solo per apparire ), e un certo distacco, che allontani il rischio opposto del vittimismo irresponsabile.
Di rimozione sociale si parla in effetti non da molto; il termine rimozione, trasferito dal linguaggio psicologico, a livello sociale consiste nella distruzione di blocchi interi di informazione, vuoi filtrati individualmente, vuoi selezionati all’origine con meccanismi automatici o controllati.
La rimozione non avverrebbe affatto per un semplice sovraccarico di informazione, come si era ritenuto fino ad ora, ma sarebbe frutto di una selezione mirata che individua “pensieri molesti” e “ciò di cui non si deve parlare” ancora prima che arrivino alla consapevolezza, personale o sociale che sia.
Non c’è bisogno di un grande vecchio per dare l’ordine di rimuovere i radicali dai media, bastano alcuni input ben distribuiti e poi l’ingranaggio si attiva da sé, penetrando nei meccanismi della riproduzione sociale quotidiana. Già il fatto che i radicali si occupino di molti temi rimossi socialmente, come la fame nel mondo, o l’eutanasia, tutti i fenomeni clandestini, o le mutilazioni genitali, genera un effetto di naturale rifiuto.
Che i radicali siano esclusi dai media è una certezza che viene dai dati del Centro d’Ascolto; anche se, grazie alle premeditate azioni di Daniele Capezzone, i dati di presenza del 2006 e 2007 sono falsati dalle sue presenze a titolo personale.
Non solo la rimozione opera, nella esclusione stigmatizzante dei radicali: spesso, quando l’informazione viene data, è incompleta, manipolata, caricaturizzata ecc.; parte del linguaggio viene letteralmente rapinato e attribuito ad altri, come è successo al termine radicale attribuito alla “sinistra radicale” o addirittura “ ala radicale del Governo”, intendendo sempre la sinistra che un tempo era semplicemente estrema.
Un’ interazione non si consuma mai da sola; anche gli esclusi sono parte dell’esclusione.
Senza scomodare la sociologia dei gruppi, è evidente che un gruppo escluso sviluppa strategie di rafforzamento interno, che se promuovono il senso di appartenenza e la spinta identitaria ottengono anche l’effetto di aumentare le distanze dagli escludenti, che in genere non aspettano altro.
Se poi si aggiunge una vita interna al gruppo a dir poco vulcanica si capisce che i radicali non possono dimenticarsi oltre del Caso italia.
Una parte minoritaria del gruppo radicale ha piena coscienza della centralità del tema; i radicali mancano non solo dai telegiornali, ma anche da tutto il palinsesto televisivo e di stampa. Abbiamo visto uno speciale su Enzo Tortora senza che si parlasse della sua militanza; idem per Pier Paolo Pasolini e per Leonardo Sciascia. Si parla e si discute di finanziamento pubblico ai partiti, testamento biologico, libertà di ricerca scientifica, senza invitare i radicali. Si rimuove la storia radicale dai programmi delle facoltà di scienze politiche tanto che a Firenze è possibile laurearsi in scienze politiche senza averne sentito mai parlare, se non per la buona sporadica volontà di un assistente giovane o di uno studente anziano. I radicali sono esclusi dal Senato, dalla storia, dalla cultura, dai mezzi di informazione e a volte, purtroppo, si escludono anche uno con l’altro.
Un’ altra parte dei radicali dà la colpa a Marco Pannella, e personalizza il problema, che tanto personale non è, se ricordiamo le censure che hanno colpito Luca Coscioni e colpiscono oggi l’operato al Governo di Emma Bonino; o l’anatema lanciato su Rita Bernardini, rea di averle cantate e suonate ai giornalisti fin dall’avvio del suo discorso di insediamento come Segretaria di Radicali Italiani, trattandoli da scribi e farisei ipocriti quali sono.
Marco Pannella gode di un veto particolare aggiunto, è vero. E’ vero anche che tirar fuori gli scheletri dagli armadi degli altri non ti rende simpatico a chi ne ha tanti, e, come ha detto un parlamentare intervistato da Radio Radicale “ non si può invitare Pannella senza che si metta a parlare di palermitani e corleonesi “.
Questo indica anche la paura e l’ignoranza di chi lo ha detto, del quale non ricordo il nome, che non conosce il popolo che governa; se facesse un giro in autobus o in qualcun altri dei miseri luoghi dove si consuma la vita della normale e povera gente, dei nostri indios, come li ha chiamati Amato, scoprirebbe che il trucco dei ladri di Pisa ( litigavano di giorno e andavano insieme a rubare di notte ) è ormai scoperto e svelato in tutti i suoi aspetti, e che i governati sono astuti quanto i governanti; solo, hanno meno risorse, privilegi e tempo da perdere.
Piuttosto, i radicali stanno a dimostrazione vivente della falsità del teorema craxi-amato che tutti rubavano, dell’ eccezione al teorema popolare che i politici sono tutti uguali, teorema che discende dal precedente dei ladri di pisa.
Altri radicali non danno importanza alla questione, perché sono fortemente presi e coinvolti dalle azioni che portano avanti, caso Italia o no; magari pensano anche che sia meglio presentarsi alle elezioni da soli, né con questa destra né con questa sinistra, e pace se non si entra nei palazzi; forse non considerando che un soggetto politico è politico in quanto accetta di assumersi responsabilità di Governo.
Senza contare, in questa iniziale disanima delle sottocategorie del gruppo radicale, gli infiltrati e le lingue biforcute.
Alla fine non è vitale capire ora se il muro costruito tra i radicali e l’opinione pubblica è istituzionale o è un meccanismo sociale autoriprodotto, molto più vitale è trovare un accordo nel definirlo e tentare le possibili strade per abbatterlo.
S.A.R. ( Società di Antropologia Radicale )
di Claudia Sterzi
La definizione della metodologia nelle scienze sociali è ancora oggetto di discussione; non è possibile applicare alle scienze sociali le stesse teorie di ragionamento scientifico e categorie di esperimento che si applicano alle scienze fisiche.
Ciononostante la ricerca antropologica e sociologica e la comunità scientifica sono andate avanti brancolando un po’ nel buio, dotandosi di temporanee regole di indagine provvisorie, quindi non rigide, ma, facendo esperimento anche di questa esperienza, consolidate da decenni di pratica.
Una delle regole fondamentali della ricerca antropologica ( anche sulla differenza tra antropologia e sociologia il discorso è aperto ) è la cosiddetta osservazione partecipante. Si tratta di mantenere un equilibrio tra il coinvolgimento e il distacco, fra l’ “immersione nel campo” e la “visione oggettiva”, e di saper cogliere anche in se stessi quelle divisioni pregiudiziali del mondo che renderebbero l’osservazione parziale: in linguaggio tecnico, oggettivizzare il soggetto.
Solo una simile disposizione permette di cogliere i fatti sociali nella loro configurazione effettiva; questo concetto viene ripetuto a sfinimento nei corsi universitari, anche se la ripetizione non garantisce la comprensione. E’ in realtà un concetto importante; ha recuperato l’antropologia dalle paludi dell’eurocentrismo e ha aperto alla sociologia la possibilità di proseguire oltre l’analisi di idealtipi.
Così se si vuole indagare sulla rimozione operata dai media nei confronti del popolo radicale, è necessario un certo coinvolgimento, grazie al quale si evita di dire sciocchezze come Franceschini, ( di recente, intervistato a RR, ha sostenuto che Marco Pannella non ha bisogno di visibilità, anzi ne ha anche troppa, dato che tutto ciò che fa lo fa solo per apparire ), e un certo distacco, che allontani il rischio opposto del vittimismo irresponsabile.
Di rimozione sociale si parla in effetti non da molto; il termine rimozione, trasferito dal linguaggio psicologico, a livello sociale consiste nella distruzione di blocchi interi di informazione, vuoi filtrati individualmente, vuoi selezionati all’origine con meccanismi automatici o controllati.
La rimozione non avverrebbe affatto per un semplice sovraccarico di informazione, come si era ritenuto fino ad ora, ma sarebbe frutto di una selezione mirata che individua “pensieri molesti” e “ciò di cui non si deve parlare” ancora prima che arrivino alla consapevolezza, personale o sociale che sia.
Non c’è bisogno di un grande vecchio per dare l’ordine di rimuovere i radicali dai media, bastano alcuni input ben distribuiti e poi l’ingranaggio si attiva da sé, penetrando nei meccanismi della riproduzione sociale quotidiana. Già il fatto che i radicali si occupino di molti temi rimossi socialmente, come la fame nel mondo, o l’eutanasia, tutti i fenomeni clandestini, o le mutilazioni genitali, genera un effetto di naturale rifiuto.
Che i radicali siano esclusi dai media è una certezza che viene dai dati del Centro d’Ascolto; anche se, grazie alle premeditate azioni di Daniele Capezzone, i dati di presenza del 2006 e 2007 sono falsati dalle sue presenze a titolo personale.
Non solo la rimozione opera, nella esclusione stigmatizzante dei radicali: spesso, quando l’informazione viene data, è incompleta, manipolata, caricaturizzata ecc.; parte del linguaggio viene letteralmente rapinato e attribuito ad altri, come è successo al termine radicale attribuito alla “sinistra radicale” o addirittura “ ala radicale del Governo”, intendendo sempre la sinistra che un tempo era semplicemente estrema.
Un’ interazione non si consuma mai da sola; anche gli esclusi sono parte dell’esclusione.
Senza scomodare la sociologia dei gruppi, è evidente che un gruppo escluso sviluppa strategie di rafforzamento interno, che se promuovono il senso di appartenenza e la spinta identitaria ottengono anche l’effetto di aumentare le distanze dagli escludenti, che in genere non aspettano altro.
Se poi si aggiunge una vita interna al gruppo a dir poco vulcanica si capisce che i radicali non possono dimenticarsi oltre del Caso italia.
Una parte minoritaria del gruppo radicale ha piena coscienza della centralità del tema; i radicali mancano non solo dai telegiornali, ma anche da tutto il palinsesto televisivo e di stampa. Abbiamo visto uno speciale su Enzo Tortora senza che si parlasse della sua militanza; idem per Pier Paolo Pasolini e per Leonardo Sciascia. Si parla e si discute di finanziamento pubblico ai partiti, testamento biologico, libertà di ricerca scientifica, senza invitare i radicali. Si rimuove la storia radicale dai programmi delle facoltà di scienze politiche tanto che a Firenze è possibile laurearsi in scienze politiche senza averne sentito mai parlare, se non per la buona sporadica volontà di un assistente giovane o di uno studente anziano. I radicali sono esclusi dal Senato, dalla storia, dalla cultura, dai mezzi di informazione e a volte, purtroppo, si escludono anche uno con l’altro.
Un’ altra parte dei radicali dà la colpa a Marco Pannella, e personalizza il problema, che tanto personale non è, se ricordiamo le censure che hanno colpito Luca Coscioni e colpiscono oggi l’operato al Governo di Emma Bonino; o l’anatema lanciato su Rita Bernardini, rea di averle cantate e suonate ai giornalisti fin dall’avvio del suo discorso di insediamento come Segretaria di Radicali Italiani, trattandoli da scribi e farisei ipocriti quali sono.
Marco Pannella gode di un veto particolare aggiunto, è vero. E’ vero anche che tirar fuori gli scheletri dagli armadi degli altri non ti rende simpatico a chi ne ha tanti, e, come ha detto un parlamentare intervistato da Radio Radicale “ non si può invitare Pannella senza che si metta a parlare di palermitani e corleonesi “.
Questo indica anche la paura e l’ignoranza di chi lo ha detto, del quale non ricordo il nome, che non conosce il popolo che governa; se facesse un giro in autobus o in qualcun altri dei miseri luoghi dove si consuma la vita della normale e povera gente, dei nostri indios, come li ha chiamati Amato, scoprirebbe che il trucco dei ladri di Pisa ( litigavano di giorno e andavano insieme a rubare di notte ) è ormai scoperto e svelato in tutti i suoi aspetti, e che i governati sono astuti quanto i governanti; solo, hanno meno risorse, privilegi e tempo da perdere.
Piuttosto, i radicali stanno a dimostrazione vivente della falsità del teorema craxi-amato che tutti rubavano, dell’ eccezione al teorema popolare che i politici sono tutti uguali, teorema che discende dal precedente dei ladri di pisa.
Altri radicali non danno importanza alla questione, perché sono fortemente presi e coinvolti dalle azioni che portano avanti, caso Italia o no; magari pensano anche che sia meglio presentarsi alle elezioni da soli, né con questa destra né con questa sinistra, e pace se non si entra nei palazzi; forse non considerando che un soggetto politico è politico in quanto accetta di assumersi responsabilità di Governo.
Senza contare, in questa iniziale disanima delle sottocategorie del gruppo radicale, gli infiltrati e le lingue biforcute.
Alla fine non è vitale capire ora se il muro costruito tra i radicali e l’opinione pubblica è istituzionale o è un meccanismo sociale autoriprodotto, molto più vitale è trovare un accordo nel definirlo e tentare le possibili strade per abbatterlo.
S.A.R. ( Società di Antropologia Radicale )
7 settembre 2007
dal due settembre . . .
c'è una certa stanchezza in questa battaglia perchè tutti spergiurano di non volere altro che la moratoria ma i rimandi e i temporeggiamenti hanno dimensioni estenuanti perchè non si combatte contro un aperto nemico ma contro i nemici mimetizzati nelle burocrazie e nel buonsenso perchè il silenzio dell'informazione è totale e avvolge nella sua impenetrabile nebbia le ragioni e la ragione
wake me up when september ends
3 settembre 2007
GIORNO UNO ( E TRE! )

Istituzionalmente parlando, oggi è il primo giorno del nuovo sciopero della fame, non ad oltranza per ora, che ho ritenuto di onorare con un articoletto sulle comunità di recupero, partendo dal caso di Don Pietro detto Pierino Gelmini, che a forza di pane mortadella e mele ( nessun intento di dileggio, se lo dice da sè! ) si è piazzato a capo di una holding del proibizionismo. E chissà che ci sta a fare anche in Thailandia e Bolivia. Il primo giorno ormai passa come per incanto, non importa neanche pensare a chi non può scegliere se mangiare o no, venerdì abbiamo avuto una riunione sulla moratoria nella quale mi sono miseramente accortocciata nelle mie parole producendo un intervento che non esito a definire di merda e che sono comunque riuscita a portare in fondo nonostante il vuoto pneumatico nel quale il mio cervellino di gallina è sprofondato mentre pannella mi guardava con i suoi begli occhi azzurri.
La moratoria secondo me è messa male, male malino. Io poi non se ne parla.
DON PERIGNON

DON GELMINI EMPIRE
di Claudia Sterzi
Don Michele Santoro ne sa una più del diavolo; sapeva bene quello che faceva quando, nel maggio scorso, ha dedicato una parte del suo programma, Anno Zero, a Don Cantini e in particolare a una delle sue “predilette pupille”, che si è prodotta in un outing intenso e mi auguro per lei terapeutico. La sua sofferta testimonianza, punteggiata da particolari scabrosi, ha portato alle stelle l’audience ma non ha fornito informazione corretta sul fenomeno, tutt’altro che isolato e saltuario, delle violenze fisiche e psicologiche compiute da uomini di chiesa su minori o comunque su giovani affidati alle loro sollecite cure; effetto che, a giudicare dalla selezione degli ospiti, era voluto e non secondario.
Comunque la si pensi, scrivere di questo argomento comporta una serie di riflessioni preventive che vanno dal garantismo nei confronti di presunti innocenti al dovere giuridico di tutelare i minori, dal rischio di accanimento anticlericale a quello di omertà corporativa.
Da quanto ne può sapere dai media un cittadino qualunque, le accuse di abusi lanciate su Don Pierino Gelmini da due ex ospiti della comunità Incontro, non hanno altro fondamento che le stesse due testimonianze, non molto credibili di fronte alla parola del sant’uomo, che da anni lavora nel recupero di tossicodipendenti, malati di aids e sbandati vari.
Alcuni politici, Gasparri in testa, si sono schierati a difesa pregiudiziale di Don Pierino; pregiudiziale perché, se non possiamo avere certezza del suo reato se non da indagini e giusti processi, non possiamo neanche presumere una calunnia prezzolata dei due ragazzi solo perché tossicodipendenti, ex o no che siano.
Inoltre l’eventuale abuso di un ragazzo in comunità non è un reato minore, anzi è aggravato dall’autorità che il responsabile esercita e dal suo potere di ricatto che gli permette di rispedire in carcere chi non tragga giovamento dalla vita comunitaria.
Il rischio di cadere nel linciaggio mediatico è presente, ma anche quello di lasciare in mano centinaia di giovani in condizioni di disagio a un eventuale prete pedofilo che esercita una carità a dir poco pelosa non è da meno; questo, nessuno è venuto in televisione a dirlo.
Il sito di Don Gelmini ne celebra in modo stucchevole la vita e le opere: umile nel suo servizio agli ultimi, poverello come San Francesco, tanto che sostiene di essersi nutrito a lungo a “pane, mortadella e mele”, si narra come la sua missione sia nata dall’incontro con un tossicodipendente di strada. Da quel giorno la parola d’ordine del Don diventa “vieni, ti porto a casa mia” e la rete di comunità Incontro, oggi dotata di sedi in tutta Italia e nel mondo, con lo “scopo sociale di assistenza ai tossicodipendenti, alcolisti, anziani, portatori di menomazioni psichiche e fisiche ed a quanti siano emarginati, abbandonati od in particolari condizioni di necessità” ( 164 sedi residenziali in Italia e 74 sedi residenziali in altri Paesi: Spagna, Francia, Svizzera, Slovenia, Croazia, Thailandia, Bolivia, Costa Rica, Brasile, Stati Uniti, Israele ), di un giornale ( Il Cammino ), di una rete tv ( Tele Umbria Viva ), comincia a prendere forma.
Ma se si digita il nome di Don Gelmini su un motore di ricerca internet, un’altra realtà appare, una realtà che non è certo da prendere per oro colato, ma pure merita attenzione per alcuni aspetti.
Non sono solo pettegolezzi e voci anonime quello che si trova; parla la cronaca giudiziaria, parlano articoli di giornalisti con nome e cognome.
Il nostro monsignore, come si fa chiamare, è stato inquisito e condannato per truffa, emissione di assegni a vuoto e bancarotta fraudolenta insieme al fratello, Padre Eligio, negli anni ’70; la storia, contornata di festini, ville lussuose e jaguar in giardino ( pane e mortadella? ) fece ai suoi tempi un bello scandalo. Fuggito alla giustizia si rifugiò in Vietnam, dove fu accusato di essersi appropriato indebitamente di altri patrimoni. Tornato in Italia ha scontato quattro anni di carcere venendo spesso tenuto in isolamento dal direttore del carcere perché “troppo promiscuo”. Niente che dimostri un reato d’abuso, certo, ma elementi pertinenti all’analisi tanto quanto la versione ufficiale rose e fiori.
Pagato il debito con la giustizia, Don Gelmini viene scagionato da altre accuse, sempre patrimoniali, ed ha la fortuna di incontrare generosi donatori ( uno degli ultimi, Berlusconi, gli ha staccato un assegno con tanti zeri ) che lo aiutano e costruire la rete comunitaria, esente ici e godente di finanziamenti statali cospicui. Il fratello gestisce la rete di comunità Mondo X e un resort di lusso “La frateria di Padre Eligio”, esente ici ecc.ecc.
Parlano anche le presunte vittime. Qualcuna in forma anonima, ma altre con nome e cognome; i racconti comprendono elementi simili, gli stessi presenti nelle testimonianze delle vittime di Don Cantini: scelta di soggetti variamente deboli, a basso potenziale di denuncia legale e pubblica, coercizioni psicologiche, mescolarsi di abusi fisici e rituali religiosi, oculata gestione del dopo abuso.
Si può capire che se non ci fossero Don Gelmini, Padre Eligio, Muccioli, e compagnia credente non sapremmo come affrontare quell’emergenza che le strategie proibizioniste producono.
Si può capire come la società italiana preferisca chiudere gli occhi e affidare il recupero al chiuso delle comunità, piuttosto che affrontare il problema, ma un effettivo e continuo controllo su chi gestisce i miliardi che girano intorno a tali comunità e soprattutto la vita di tanti giovani è doveroso.
Dovrebbe capire e condividerlo anche Don Gelmini. Invece la sua reazione è stata invelenita, scomposta e poco caritatevole; si è scagliato sui ragazzi divulgando ai quattro venti la loro qualità di tossici e ladri, disposti a vendersi per due denari, ha gridato al complotto ebraico – massonico – radical chic, al linciaggio mediatico.
In attesa del proseguimento delle indagini, ecco, per curiosità, la lista delle onorificenze che l’umile servitore degli ultimi si è conquistato, e che fanno bella mostra nel suo sito:
Esarca Mitrato del Patriarcato di Antiochia e tutto l'Oriente, nella Chiesa greco-melkita cattolica,
Premio Internazionale "Marcello Candia 1985""Albero d'Oro" (Roma, Campidoglio 15 dicembre 1990)Premio "Albert Schwaitzer", della Fondazione Johann Wolfgang von Goethe de Bâle (Strasburgo, 10 giugno 1992)Distinzione "Servitor Pacis" della Path to peace Foudation", che sostiene la Missione permanente della Santa Sede all'ONU (New York, 15 giugno 1999)
Commendatore al merito, della Repubblica italianaCavaliere dell'Ordine Equestre della Santa Croce di Gerusalemme (29 giugno 1969)Maggiore Garibaldino e Primo Cappellano della Legione Garibaldina (21 ottobre 1974)Cavaliere di Gran Croce del Reale Ordine Cavalleresco Militare di San Casimiro (29 giugno 1980)Gran Comandante dell'Ordine di Georg Whasington (New York, 25 novembre 1981)Membro della "Honor Legion of the Police Department City of New York" (4 luglio 1983)Commendatore dell'"Orde del Merit" del Principato di Andorra (24 dicembre 1986)Onorificenza di 1a classe del Nobilissimo "Ordine della Corona di Thailandia", da S.A.R. il re Bhumibol AdulyadejLaurea ad honorem in Pedagogia dell'Università degli Studi di Lecce (17 ottobre 1995)Diploma del Governo del Distretto Federale di Brasilia (17 dicembre 1996)Decorazione "Andrés Ibañez" della Prefettura di Santa Cruz (Bolivia)Ufficiale dell'Ordine del "Condor de los Andes", dal Presidente della Repubblica di BoliviaMedaglia al merito per servizi umanitari, del Governo municipale di Santa Cruz de La Sierra (Bolivia)Decorazione "Bandera de Oro", del Senato Nazionale della Repubblica di Bolivia (21 ottobre 1998)Collare dell'Ordine patriarcale della Santa Croce di Gerusalemme che porta il nome dell'Apostolo Paolo (riservato agli alti prelati), conferito da S.B. Maximos V il 29 giugno 1999.
di Claudia Sterzi
Don Michele Santoro ne sa una più del diavolo; sapeva bene quello che faceva quando, nel maggio scorso, ha dedicato una parte del suo programma, Anno Zero, a Don Cantini e in particolare a una delle sue “predilette pupille”, che si è prodotta in un outing intenso e mi auguro per lei terapeutico. La sua sofferta testimonianza, punteggiata da particolari scabrosi, ha portato alle stelle l’audience ma non ha fornito informazione corretta sul fenomeno, tutt’altro che isolato e saltuario, delle violenze fisiche e psicologiche compiute da uomini di chiesa su minori o comunque su giovani affidati alle loro sollecite cure; effetto che, a giudicare dalla selezione degli ospiti, era voluto e non secondario.
Comunque la si pensi, scrivere di questo argomento comporta una serie di riflessioni preventive che vanno dal garantismo nei confronti di presunti innocenti al dovere giuridico di tutelare i minori, dal rischio di accanimento anticlericale a quello di omertà corporativa.
Da quanto ne può sapere dai media un cittadino qualunque, le accuse di abusi lanciate su Don Pierino Gelmini da due ex ospiti della comunità Incontro, non hanno altro fondamento che le stesse due testimonianze, non molto credibili di fronte alla parola del sant’uomo, che da anni lavora nel recupero di tossicodipendenti, malati di aids e sbandati vari.
Alcuni politici, Gasparri in testa, si sono schierati a difesa pregiudiziale di Don Pierino; pregiudiziale perché, se non possiamo avere certezza del suo reato se non da indagini e giusti processi, non possiamo neanche presumere una calunnia prezzolata dei due ragazzi solo perché tossicodipendenti, ex o no che siano.
Inoltre l’eventuale abuso di un ragazzo in comunità non è un reato minore, anzi è aggravato dall’autorità che il responsabile esercita e dal suo potere di ricatto che gli permette di rispedire in carcere chi non tragga giovamento dalla vita comunitaria.
Il rischio di cadere nel linciaggio mediatico è presente, ma anche quello di lasciare in mano centinaia di giovani in condizioni di disagio a un eventuale prete pedofilo che esercita una carità a dir poco pelosa non è da meno; questo, nessuno è venuto in televisione a dirlo.
Il sito di Don Gelmini ne celebra in modo stucchevole la vita e le opere: umile nel suo servizio agli ultimi, poverello come San Francesco, tanto che sostiene di essersi nutrito a lungo a “pane, mortadella e mele”, si narra come la sua missione sia nata dall’incontro con un tossicodipendente di strada. Da quel giorno la parola d’ordine del Don diventa “vieni, ti porto a casa mia” e la rete di comunità Incontro, oggi dotata di sedi in tutta Italia e nel mondo, con lo “scopo sociale di assistenza ai tossicodipendenti, alcolisti, anziani, portatori di menomazioni psichiche e fisiche ed a quanti siano emarginati, abbandonati od in particolari condizioni di necessità” ( 164 sedi residenziali in Italia e 74 sedi residenziali in altri Paesi: Spagna, Francia, Svizzera, Slovenia, Croazia, Thailandia, Bolivia, Costa Rica, Brasile, Stati Uniti, Israele ), di un giornale ( Il Cammino ), di una rete tv ( Tele Umbria Viva ), comincia a prendere forma.
Ma se si digita il nome di Don Gelmini su un motore di ricerca internet, un’altra realtà appare, una realtà che non è certo da prendere per oro colato, ma pure merita attenzione per alcuni aspetti.
Non sono solo pettegolezzi e voci anonime quello che si trova; parla la cronaca giudiziaria, parlano articoli di giornalisti con nome e cognome.
Il nostro monsignore, come si fa chiamare, è stato inquisito e condannato per truffa, emissione di assegni a vuoto e bancarotta fraudolenta insieme al fratello, Padre Eligio, negli anni ’70; la storia, contornata di festini, ville lussuose e jaguar in giardino ( pane e mortadella? ) fece ai suoi tempi un bello scandalo. Fuggito alla giustizia si rifugiò in Vietnam, dove fu accusato di essersi appropriato indebitamente di altri patrimoni. Tornato in Italia ha scontato quattro anni di carcere venendo spesso tenuto in isolamento dal direttore del carcere perché “troppo promiscuo”. Niente che dimostri un reato d’abuso, certo, ma elementi pertinenti all’analisi tanto quanto la versione ufficiale rose e fiori.
Pagato il debito con la giustizia, Don Gelmini viene scagionato da altre accuse, sempre patrimoniali, ed ha la fortuna di incontrare generosi donatori ( uno degli ultimi, Berlusconi, gli ha staccato un assegno con tanti zeri ) che lo aiutano e costruire la rete comunitaria, esente ici e godente di finanziamenti statali cospicui. Il fratello gestisce la rete di comunità Mondo X e un resort di lusso “La frateria di Padre Eligio”, esente ici ecc.ecc.
Parlano anche le presunte vittime. Qualcuna in forma anonima, ma altre con nome e cognome; i racconti comprendono elementi simili, gli stessi presenti nelle testimonianze delle vittime di Don Cantini: scelta di soggetti variamente deboli, a basso potenziale di denuncia legale e pubblica, coercizioni psicologiche, mescolarsi di abusi fisici e rituali religiosi, oculata gestione del dopo abuso.
Si può capire che se non ci fossero Don Gelmini, Padre Eligio, Muccioli, e compagnia credente non sapremmo come affrontare quell’emergenza che le strategie proibizioniste producono.
Si può capire come la società italiana preferisca chiudere gli occhi e affidare il recupero al chiuso delle comunità, piuttosto che affrontare il problema, ma un effettivo e continuo controllo su chi gestisce i miliardi che girano intorno a tali comunità e soprattutto la vita di tanti giovani è doveroso.
Dovrebbe capire e condividerlo anche Don Gelmini. Invece la sua reazione è stata invelenita, scomposta e poco caritatevole; si è scagliato sui ragazzi divulgando ai quattro venti la loro qualità di tossici e ladri, disposti a vendersi per due denari, ha gridato al complotto ebraico – massonico – radical chic, al linciaggio mediatico.
In attesa del proseguimento delle indagini, ecco, per curiosità, la lista delle onorificenze che l’umile servitore degli ultimi si è conquistato, e che fanno bella mostra nel suo sito:
Esarca Mitrato del Patriarcato di Antiochia e tutto l'Oriente, nella Chiesa greco-melkita cattolica,
Premio Internazionale "Marcello Candia 1985""Albero d'Oro" (Roma, Campidoglio 15 dicembre 1990)Premio "Albert Schwaitzer", della Fondazione Johann Wolfgang von Goethe de Bâle (Strasburgo, 10 giugno 1992)Distinzione "Servitor Pacis" della Path to peace Foudation", che sostiene la Missione permanente della Santa Sede all'ONU (New York, 15 giugno 1999)
Commendatore al merito, della Repubblica italianaCavaliere dell'Ordine Equestre della Santa Croce di Gerusalemme (29 giugno 1969)Maggiore Garibaldino e Primo Cappellano della Legione Garibaldina (21 ottobre 1974)Cavaliere di Gran Croce del Reale Ordine Cavalleresco Militare di San Casimiro (29 giugno 1980)Gran Comandante dell'Ordine di Georg Whasington (New York, 25 novembre 1981)Membro della "Honor Legion of the Police Department City of New York" (4 luglio 1983)Commendatore dell'"Orde del Merit" del Principato di Andorra (24 dicembre 1986)Onorificenza di 1a classe del Nobilissimo "Ordine della Corona di Thailandia", da S.A.R. il re Bhumibol AdulyadejLaurea ad honorem in Pedagogia dell'Università degli Studi di Lecce (17 ottobre 1995)Diploma del Governo del Distretto Federale di Brasilia (17 dicembre 1996)Decorazione "Andrés Ibañez" della Prefettura di Santa Cruz (Bolivia)Ufficiale dell'Ordine del "Condor de los Andes", dal Presidente della Repubblica di BoliviaMedaglia al merito per servizi umanitari, del Governo municipale di Santa Cruz de La Sierra (Bolivia)Decorazione "Bandera de Oro", del Senato Nazionale della Repubblica di Bolivia (21 ottobre 1998)Collare dell'Ordine patriarcale della Santa Croce di Gerusalemme che porta il nome dell'Apostolo Paolo (riservato agli alti prelati), conferito da S.B. Maximos V il 29 giugno 1999.

